lunedì 15 dicembre 2008

Il poeta



La Poesia

di Fausto Nicolini



Al bar c'è un tipo strano: è un poeta
Non è vecchio, peccato che l'abbiano
già tumulato in biblioteca




Tratta da "Quelle che smuovono...", Campanotto Editore
Vito Riviello, ritratto da Rocco Grieco

venerdì 12 dicembre 2008

Un Lear di rara dolcezza sotto la tenda di Gengis Khan


La RecenZione


La tragedia di re Lear
di William Shakespeare, regia di Marco Sciaccaluga


Per i nostalgici di un certo tipo di teatro quasi scomparso è commovente realizzare che, al giorno d’oggi, esistano ancora registi sostenitori della quarta parete: quel muro immaginario posto tra palco e platea. Fu abbattuto, ormai, molti anni fa con l’avvento del varietà, per esigenze di relazioni tra artisti e avventori. Era però, quello, un genere teatrale assai differente, e non aveva nulla a che vedere con il teatro classico: gli attori del varietà avevano bisogno di confrontarsi direttamente con gli spettatori e gli spettatori con gli attori. Non a caso fu inventata la passerella che si addentrava in sala, spesso abbracciando l’intera buca dell’orchestra. I comici del varietà si rivolgevano sempre al pubblico, cercavano il suo appoggio; e dalle reazioni della platea improvvisavano duetti inediti, battute nuove. Questa abitudine ha portato poi i cattivi registi a considerare (vivo e creativo, secondo i loro principi “neo-confusi”) il confronto con gli spettatori anche durante la rappresentazione di spettacoli di prosa. E’ vero che la commedia, specie quella goldoniana, con gli a parte così soventi e sferzanti, offre molti spunti per coinvolgere il pubblico; è vero pure che i sempre più riproposti monologhi sono dati in pasto a una platea che spesso soffoca senza rendersene conto, ma negli ultimi anni attori, mal governati da registi sempre più improvvisati, entrando in scena guardano, chissà perché, spudoratamente dalla parte degli spettatori, e a loro enunciano sconsideratamente le battute, non tenendo più conto né della quarta parete – l’educativa quarta parete, antitesi della telecamera – né del collega a cui un autore ha offerto l’altra metà del dialogo.
Perché un tal prologo al commento del Re Lear messo in scena da Marco Sciaccaluga per il Teatro Stabile di Genova? La spiegazione è semplice. Durante la prima scena di questa edizione della tragedia scespiriana il pubblico visivamente è concentrato sul re. Attorno a lui ci sono tutti gli altri, ma il regista ci mette di fronte solo il re e le sue parole. Il contorno, fatto dall’assemblea, resta contorno: perfino Kent, coprotagonista del dramma, ci volta la schiena recitando, per lo più, con le spalle. I suoi interventi dialettici ci arrivano lo stesso e le sue reazioni mimiche pure, con piccoli movimenti – s’inarca appena per commentare la parola dell’altro, si strazia ingobbendosi, esibisce rabbia con una leggera torsione – non manca nulla. E così gli altri. Sciaccaluga, usando una terminologia in voga, mette in scena attori a 360 gradi: ci rammenta finalmente che non si recita solo con la parte anteriore del corpo, ma anche con il retro. Diciamo la verità, oggi vediamo, soprattutto in televisione, tante attrici recitare esclusivamente con il di dietro: non si capisce perché questa debba essere prerogativa soltanto femminile e sinonimo di esibizionismo e di pessima recitazione. Si fa. Si può fare. Si deve fare, ma bene!
Non è questo, però, l’unico merito di Marco Sciaccaluga: se ne intuisce subito un altro, ancor più prestigioso. L’azione si svolge in una tenda, una grande tenda che potrebbe dare l’impressione di una sosta durante la spedizione di Marco Polo verso l’oriente o un insediamento proprio di Gengis Khan: abiti e decori ricordano senz’altro l’antica civiltà mongola. E Lear è lì che pensa alla sua successione, progetta e valuta la divisione del regno tra le figlie, ma non agisce da re, piuttosto da grande capo di una tribù, vecchio saggio, timone di un popolo, di una famiglia. Sembra che i tre terzi del suo regno, così come amorevolmente li disegna all’interno di un allegorico cerchio perfetto, siano l’amore e la devozione per le figlie, per il mondo, per la vita, piuttosto che aridi confini di un territorio. Il pregio artistico del regista sta nell’aver finalmente sciolto il dramma del Bardo da quel diabolico legaccio militaresco – cui nell’ultimo ventennio altri hanno fatto simbolico riferimento – troppo severo e distante dai canoni sentimentali in cui tutti noi siamo stati allevati. Tra le due visioni, questa appare di rara dolcezza, quasi surreale. Infatti, il successivo dolore di Lear, tradito dalle figlie, giunge come il dramma non più di re ma di padre che potrebbe essere nostro padre. Mentre, come abbiamo visto altre volte, il re, militarmente parlando, si rivolge – per forza di cose – ai sudditi, figli compresi; e mai nessun re può essere vittima di un dolore tanto profondo come può esserlo il sentimento ferito e deluso di un genitore.
Sciaccaluga accantona l’idea di perdita di potere, di ricchezza e di responsabilità ma esalta l’immagine di un uomo che si sente privato della sua identità, dei suoi principi; restituisce il valore umano alla tragedia di Lear, come era nell’intenzione dell’autore, il quale, ci piace ricordare, alterna la prosa ai versi, non per mera esibizione ma proprio per non distaccarsi dai canoni letterari dell’antica tragedia greca che vedeva nella poesia la più nobile espressione dello spirito umano.
Per questo motivo si è affidato a una nuova traduzione, scegliendo come autore (anche i traduttori possono essere degli autori) un poeta. Edoardo Sanguineti mantiene la freschezza del linguaggio di Shakespeare, sfibrandolo dai manierismi e asciugandolo delle spiegazioni già assorbite nella gestualità. Non una traduzione letteraria, ma prettamente teatrale. Veloce e scattante.
Gli attori l’hanno bene assorbita e la ripropongono con delicatezza anche nei momenti più accessi; Eros Pagni è un Lear eccellente: severo ma carico d’affetto verso il prossimo. Il suo amore per Fool cresce man mano che aumenta il sospetto doloroso verso le figlie: anche quando si sente tradito, non dimentica mai di essere prima di tutto padre; il suo solido regno sentimentale si sgretola nella follia mentre la sofferenza avanza. E la pazzia vien fuori centellinata perché filtrata dall’ironia, figlia di una saggezza, questa sì, davvero sovrana. Più di una volta ci è capitato di ridere, inaspettatamente ma con sincerità. L’andamento delle battute pronunciate da Pagni è sempre scandito con tempi lunghi e rilassati: quando il concetto del discorso è profondo, valido, umanamente e poeticamente, va benissimo così; viceversa, alcune volte, si sente il bisogno d’immettere una marcia in più laddove anche il dialogo si gode i suoi respiri di leggerezza.
Qualche critica si è soffermata a commentare la scena della tempesta costruita su un traballante ponte mobile fatto di cordame: contro i pareri già letti, la trovata è parsa innovativa e semplice. In altre edizioni della stessa tragedia abbiamo visto marchingegni colossali perdersi nelle paludi dell’inutilità. Invece qui, soltanto con l’oscillazione degli attori, si è assistito a una tempesta molto verosimile. Certamente, con quel tempaccio, restare tanto tempo sospesi in aria, non sarebbe stato saggio, ma in teatro finzioni e paradossi non sono mai stati causa di raffreddori.
Infine una breve nota tecnica. Raramente, di una messinscena, si elogia l’artificio della luminaria: il semicerchio scenico del tendone (che di volta in volta diventa esterno o interno, aria o nuda terra), presenta, con la cupola simile a quella del Pantheon, notevoli difficoltà per l’illuminazione. Fortunatamente, anche in questo frangente, resiste il concetto di quarta parete, per cui nemmeno la luce arriva frontalmente dalla sala ad appiattire tutto, tranne per le eccezioni lecite. I proiettori sono nascosti in ribalta e, dosati e calibrati, riescono a mescolare le traiettorie tra gli interpreti restituendo il calore del focolare acceso sotto ogni tenda tribale. (fn)



Teatro Eliseo – novembre 2008

martedì 9 dicembre 2008

Un deja-vu stile Moulin Rouge ma attraente e trainante


La RecenZione




Concha Bonita
scritto e diretto da Alfredo Arias




Spettacolo che da alcune stagioni è diventato un appuntamento fisso per gli affezionati dell’antico Ambra Jovinelli di Roma. Stavolta, però, la novità: se finora si è recitato in lingua originale (lo spagnolo) adesso è giunta la versione italiana. Ma la primadonna, Alejandra Radano, una giovane bruna, bravissima e molto spigliata, è rimasta sudamericana purosangue e parla un impetuoso italiano tempestato di pampas. Dopo lo spettacolo, nei camerini, l’attrice mi ha confessato di essere venuta a Roma dall’Argentina quando debuttò 4 anni fa sullo stesso palcoscenico e, affascinata dal nostro Paese (non è l’unica ad amarlo; sì, finché non si ha un passaporto italiano, resta una nazione da amare con passione!), qui è rimasta.
Adesso l’accoppiata (vincente anche quando perde a tavolino) Piovani-Cerami l’ha praticamente adottata costruendole una traduzione su misura e regalandole la parte della protagonista, quella che nelle precedenti versioni non aveva. Alejandra ama viaggiare, le piace recitare, ed essa stessa ha deciso di girare il mondo guadagnandosi da vivere con il suo mestiere. Dove andrà, là reciterà… Mah! Evidentemente non ha capito che il mondo assomiglia affatto all’Italia, né l’Italia al mondo. Si scotterà o si bagnerà, chi lo sa… Noi, naturalmente, le auguriamo il meglio.
Comunque, lo scotto e il bagno, per sua fortuna, non sono ancora arrivati. Per ora la nostra Italia la protegge e siamo con lei, con il suo entusiasmo, la sua giovinezza, la sua simpatia, la sua avventurosa voglia di vivere senza mettere radici; e siamo anche con il suo tenero Carro di Tespi che si porta nel cuore, un eroico tocco di romanticismo che non guasta nel teatro nostrano.
Tornando allo spettacolo. In molti anni di frequentazione teatrale abbiamo già visto tutto di questo «Concha Bonita», ma la storia ci attrae ugualmente, ha qualcosa di trainante. Concha è una star del varietà di Parigi. Può vivere, ormai, un’esistenza tra il lusso e il superfluo. Può permettersi un modista personale (di simpatiche origini partenopee) e un segretario-amante in una casa hollywoodiana. I suoi abiti sono piume, paillettes e colori: sinonimo di vivacità, felicità, egocentrismo e possibilità di capricci ritagliati a coriandoli. Ma Concha ha un passato da calciatore argentino, emulo di Maradona; insomma Concha era un ragazzo, un bel ragazzo che poi… decise di passare a miglior vita, pardon, a vita migliore, diventando una lei. Evidentemente non soltanto da noi è può conveniente essere donna. Uccide il calciatore per dar vita alla star. Lascia l’Argentina, dimentica i tacchetti per i tacchi a spillo: amanti, ricchi signori, amori passeggeri e travolgenti, successo e bagni di champagne; ecco, però, che spunta una donna... Da questo punto in poi la trama diventa curiosa: il modista napoletano si sente tradito e torna a Napoli; il segretario smette di fare l’amante a vista, e… il resto è un peccato svelarlo.
L’autore, Alfredo Arias, è promosso a pieni voti, costruisce una trama semplice ma piena di grazie. La regia, dello stesso, è rimasta quella originale; e le influenze delle più svariate edizioni de «La cage aux folles» si possono intravedere ovunque, tanto da poter essere una storia rintracciata tra le quinte del Moulin Rouge. Musica e paillettes sono una simbiosi elementare per accalappiare il pubblico, e la scelta di mettere sul palcoscenico l’orchestra – come se stesse a casa di Concha, come se lei avesse a disposizione un’orchestra anche nel suo salone – dà un tocco di eleganza ma anche toglie spazio all’inventiva; o forse, proprio per non cadere nel ripetitivo, l’orchestra diventa riempitivo. E di che musica si tratta? Della musica di Piovani, quella finta seria, buona per ogni stagione, quella dove il tango si mischia con Paolo Conte e dove i sapori di Mozart corrono con Count Basie, mentre Morricone e Rota restano lì pronti a sostenere ogni ottava… il frullato è servito. Qualche anno fa uno chalet di Mergellina proponeva un particolare tipo di frullato al gusto Giasai che rispetto agli altri costava la metà perché era il rimasuglio della sera precedente di tutti i frullati rimasti nelle vaschette; piacque talmente tanto che in un anno il prezzo del Giasai diventò il più caro; e si correva tutti ad assaggiare il Giasai, nonostante tutti già sapessero che si trattava degli avanzi. Così è la musica di Piovani: una musica giasai, prima ancora di ascoltarla, ma piace. Vince gli Oscar sul campo, mentre Morricone prende soltanto quello alla carriera. E così sia, tanto nulla si può cambiare! (fn)

lunedì 8 dicembre 2008

Progetto "Seme": laboratorio di poesia

Il Progetto



LIETOCOLLE: Progetto “SEME”
Laboratorio di Poesia per la scuola primaria

estendibile anche alla scuola secondaria



La casa editrice LietoColle, da vent'anni specializzata nella diffusione di poesia contemporanea, ha elaborato il progetto SEME per favorire l'avvicinamento dei bambini al messaggio poetico. Tale progetto è rivolto agli alunni della classe terza, quarta e quinta della scuola primaria e necessita, ovviamente, del supporto da parte delle insegnanti che condividano l’importanza dell'esercizio del bambino all'osservazione del mondo esterno e della sfera emotiva personale, stimolando la scrittura di sintesi propria dell'espressione poetica.


Di seguito vengono indicati alcuni suggerimenti operativi sui quali ogni insegnante potrà intervenire apportando le modifiche o le integrazioni che riterrà più idonee per i propri alunni.

Qualora si desiderasse seguire un tema da sviluppare durante le sessioni di laboratorio, indichiamo alcuni argomenti che, sulla base di esperienze analoghe, hanno soddisfatto alunni e insegnanti:


  • Approccio ludico: attraverso i giochi linguistici (l'anagramma, lo scarto, lo pseudonimo, logogrifo), il calligramma poetico, l'acrostico e il mesostico , similitudini e metafore

  • Approccio fonetico e sonoro attraverso: onomatopea, assonanza, allitterazione

  • Approccio metrico attraverso: rima baciata, haiku (5-7-5), terzi ne quartine e sestine; verso libero

  • Introspezione: identità e narrazione di sé

  • Il ritratto: raccontare e raccontarsi


LietoColle, avvalendosi di autori poeti inseriti nel proprio catalogo, può adoperarsi nel promuovere alcuni incontri personalizzati con le classi interessate, con tempi e metodi che potranno essere oggetto di appositi accordi con le insegnanti e sulla base di comunicazioni sulla poesia sia di carattere generale che di ordine specifico sul tema individuato.
La casa editrice, a conclusione del lavoro svolto nell'ambito del Laboratorio, si rende disponibile alla pubblicazione di un'antologia contenente i testi selezionati dalle insegnanti accompagnati anche da eventuali disegni realizzati in bianco e nero dagli alunni.
Il volume, che potrà contenere ca 50 pagine e max 5 illustrazioni b/n, sarà rilegato con copertina cartonata a colori eventualmente stampata con un disegno degli alunni. Prezzo di copertina euro 10,00.
Per la realizzazione del volume, che entrerà nel catalogo della casa editrice e sarà acquistabile nelle librerie fiduciarie della città e online, è richiesto l'impegno di acquisto di almeno 70 copie pari a euro 700.

Una speciale sinergia sviluppata tra LietoColle e Edizioni Erickson, consentirà agli interessati al Progetto SEME che intendano acquistare i volumi sotto indicati, di ricevere i volumi con sconti vantaggiosi.
Se gli acquirenti fossero insegnanti, ricordiamo che possono beneficiare anche di agevolazioni fiscali



Per maggiori informazioni contattare a info@lietocolle.com

domenica 7 dicembre 2008

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La Poesia

Cartolina_di_mare_22


Lasciarsi cullare sull’eco infinita dell’onda: una danza
antica per assaporare il fascino del disagio
come l’appoggio precario della frase d’un adagio
ma anche l’elegante dondolio di una speranza
che brulica tra un ricordo e una fantasia,
il sogno primordiale che avvolge e fugge via

Tratta da"Quelle che smuovono..." di Fausto Nicolini, Campanotto Editore