giovedì 5 febbraio 2009

Branciaroli, vittima delle sue voci, "non" mette in scena Cervantes



La RecenZione



Don Chisciotte
diretto e interpretato da
Franco Branciaroli




Il palcoscenico è un elemento che può essere preso a pretesto per innumerevoli scopi culturali, edonistici, benefici e non solo: c’è il balletto, la danza, l’opera, il concerto, l’opera buffa, la tragedia, la commedia, il mimo; e oggi c’è anche la lettura mise en espace, la mostra multietnica, la lezione multimediale, lo show, la sfilata, la canzone, il monologo, lo spettacolo circense, la premiazione, il dibattito, la commemorazione, la sperimentazione, et dulcis in fundo i viaggi intellettuali. Ognuno di questi avvenimenti, se viene avvistato su un palcoscenico, può avvalersi – tramite un furto clamoroso quantunque autorizzato – del termine “teatro”. Che cos’è il teatro oggi? Pirandello, un genio del secolo scorso (cioè dell’altro ieri), ci dice che è “un luogo dove si giuoca a far sul serio”. Non sono trascorsi nemmeno cento anni da quando la sua Figliastra sintetizzò, con una sola illuminante frase, circa quindici secoli di teatro autentico, che in un lampo le sorti del palcoscenico sono precipitate fino ad ospitare qualunque esercizio dialettico e mimico, pubblico e privato.
E proprio tra gli eventi privati sarebbe da collocare lo show commemorativo visto all’Argentina, ingiustamente, e forse erroneamente, pubblicizzato col titolo del "Don Chisciotte", quando il capolavoro di Cervantes è soltanto un pretesto, per l’unico mattatore della serata, di rendere un amichevole omaggio a due suoi grandi amici. Branciaroli lo abbiamo imparato a conoscere: sa essere uno straordinario attore. Nessuno, più di lui, nell’ultimo ventennio, seppe cogliere meglio l’animo di Otello; e, pur se difficile da immaginare, arrivò a sfiorare con atteggiamento poetico quello di Medea; incantevole spregiudicato in “Finale di partita”. Eppure… siccome ogni attore è costretto a reprimere, in ogni sua interpretazione, parte di se stesso, ad appannare il proprio ego per mettersi al servizio del personaggio, in questo “Don Chisciotte” (spettacolo da lui ideato, costruito e diretto, oltre naturalmente che interpretato) ha riversato l’intero suo bagaglio a lungo tenuto chiuso. Il baule non ha retto, le cerniere hanno ceduto, e si sono rovesciati sul palcoscenico quei “panni sporchi” – proprio quelli – che si dovrebbero lavare in casa coi familiari.
A sua discolpa c’è però la questione privata cui prima accennavo, che non è secondaria alla mediocre riuscita dello spettacolo: infatti, sono certo che siano stati proprio loro, i familiari, a convincere Branciaroli di riproporre quei panni: sporchi - ho scritto - perché da loro usati, cioè manipolati e macchiati di quel talento settario di cui il nostro interprete si è cibato per anni; sporchi di quei concetti elitari e di quelle forme delicate che segnano la crescita di ogni artista, in cui gli echi del passato risuonano, prima rari e distanti poi sempre più frequenti e netti, con certe sonorità, appunto, familiari, ora giocose, ora di rimprovero, ma sempre cariche di fascino e di emozioni (per chi riesce ad avvertirli). E chi sono loro? Sono ricordi di persone che non riusciamo più a scrollarci di dosso, anzi da dentro, perché fanno parte di noi; sono i ricordi di quelle persone apparentemente morte che convivono con noi perché il nostro continuare a pensare si è sposato con il loro pensiero. Parliamo e non ci accorgiamo che le parole dette sono nate dalla fusione ideologica del nostro familiare; pensiamo e non ci accorgiamo che le nostre riflessioni scaturiscono dal sodalizio intellettuale ed emotivo con costoro. Arriviamo a pronunciare (muti, e non soltanto) il loro nome infinite volte al giorno. Dialoghiamo con loro e ci lasciamo suggerire le mosse, il da fare, il da dire. Cerchiamo consensi nella loro assenza come non avevamo mai fatto prima, quando era possibile.
Branciaroli stesso, senza forse badarci troppo, ce lo ha confessato in un’intervista rilasciata e trascritta pedissequamente da uno dei soliti giornalisti che poco s’intende delle, losche e affascinanti, intime faccende degli attori: “Uso le loro voci perché sono le uniche che so imitare”. Sì, probabilmente le sue parole saranno state queste, ma il significato autentico sarebbe un altro: Branciaroli ha usato quelle voci perché sono le sue voci, quelle che ha dentro, che conserva dentro di sé, quelle con le quali dialoga ogni giorno e con le quali ogni giorno misura le proprie idee con le loro risposte. Anche perché, non è vero che le sappia imitare a perfezione; però si avverte che perfettamente le conosce. Egli è stato vittima delle sue voci che lo hanno incantato proprio come Don Chisciotte si fece abbindolare dalla storia dell’incantamento: egli stesso ha scelto i testi più adatti a quelle voci che li richiedevano con insistenza e infatti, al capolavoro di Cervantes, ha accostato il canto V dell’Inferno di Dante, loro cavallo di battaglia. Tutto torna.
Così, mentre Vittorio Gassman, al meglio del suo istrionismo, è riuscito a portare in scena il personaggio Don Chisciotte mandando giù biondo whisky per sciogliersi la lingua impastata dalla noia del Paradiso, e dando sfoggio della sua più irritante simpatia; Carmelo Bene, investito delle sorti del fido scudiero Sancho, tra un sorsetto di gin e un ammiccamento intellettuale, non ha faticato a dimostrare di essere più scaltro dell’altro, culturalmente più preparato e anche più moderno. Un gioco perverso da cui Branciaroli è stato paradossalmente estromesso, schiacciato, ridotto a ballerino (per di più, sfacciatamente pessimo) d’un ritmo sudamericano stonato dal contesto. E fuori tema, cioè lontano dal concetto della rappresentazione di quel “Don Chisciotte” che trionfa sul manifesto, fuori tema, dicevo, è pure la scena – un bancone da bar sovraccarico di liquori, e una poltrona – ma i due sipari che avvolgono gli arredi, oltre a rafforzare l’idea della teatralità, danno un tocco d’impalpabile regalità che potrebbe giustificare, o gratificare, l’idea di un angolo di Paradiso, dove fa capolino anche lo spirito (visibile, come nelle più classiche raffigurazioni dell’Aldilà, con uno sbuffo di fumo) di Dante, il quale, con ironia boccaccesca, boccia i due contendenti al titolo di miglior dicitore dei suoi versi, per promuovere il “terzo incomodo”. Anche l’apparizione di Dante, a discapito di quella di Cervantes, contribuisce ad avallare il dubbio da parte di molti sulla scelta del titolo. Il pretesto del Don Chisciotte non è durato molto. Dopo il racconto dei mulini a vento, i due istrioni sono passati ad un’analisi del testo (il momento più interessante della serata). Poi si sono sfidati nella declamazione dantesca scegliendo la triste storia di Paolo e Francesca. Si sono alternati per dar sfoggio della loro bravura e della loro passione per il teatro e per Dante… ma purtroppo non erano loro. Davanti a noi che eravamo il pubblico reale, c’era un fantoccio dalle sembianze di Franco Branciaroli che a fatica – troppa fatica! – tentava di rincorrere i suoi ricordi fin sulla soglia del sogno: quello di poter partecipare ad una serata ideale tra i suoi amici, i suoi maestri. (fn)




Roma, Teatro Argentina 27 gennaio 2009