giovedì 19 marzo 2009

Concorso di poesia: "Ideare l'avanguardia "

Il Progetto



La Compagnia La corte dei Miracoli, la Cooperativa Teatro e/o Musica,
L’IPSAR Istituto Alberghiero Sassari
Con il Patrocinio del Comune di Sassari, Assessorato alla Cultura


Bandiscono il premio


IDEARE L’AVANGUARDIA


Per il miglior componimento poetico ispirato allo stile dell’avanguardia futurista.


Il futurismo è il primo movimento d’avanguardia italiano, fondato a Parigi nel 1909 da Filippo Tommaso Marinetti. Come ogni avanguardia si pone in polemica con la cultura presente e progetta l’arte e la letteratura da farsi, sperimentando in ogni campo nuovi modi dell’espressione. Vanno ricondotte al movimento futurista la pittura di Boccioni, di Carrà e Severini, l’architettura di Sant’Elia, la produzione poetica di Palazzeschi, Apollinaire, Majakovkij e Chlebnikov.


Regolamento


Art. 1- Il concorso è aperto a tutti e prevede la divisione in due fasce d’età:
  • da 0 a 30 anni
  • da 31 a 110 anni

Art. 2- La partecipazione è gratuita.

Art. 3- Ogni partecipante potrà presentare un solo componimento a tema libero, che ispirandosi all’arte futurista si proponga di irrompere nei cliché culturali o pseudo culturali che ci assediano. E’ titolo preferenziale, e inciderà nella valutazione, l’indicazione di un accompagnamento musicale del brano presentato

Art. 4- Sono previste una preselezione e una selezione a cura di una giuria competente i cui nomi verranno pubblicati successivamente.

Art. 5- Ogni componimento dovrà essere anonimo e recare in calce uno pseudonimo dell’autore, dovrà essere accompagnato da una busta chiusa contenente un foglio in cui verrà riportato il medesimo pseudonimo con le generalità dell’autore a cui corrisponde: nome e cognome, data di nascita, indirizzo, numero di telefono, e-mail, dichiarazione che autorizzi l’utilizzo dei dati personali, dichiarazione firmata di accettazione del presente bando di concorso.

Art. 6- Le opere devono pervenire per posta in 10 copie in foglio dattiloscritto e su floppy disc o CD al seguente recapito: Cooperativa Teatro e/o Musica, piazza Tola 41, 07100 Sassari, entro il 15 maggio 2009 (farà fede il timbro postale)

Art. 7- Ogni autore dovrà presentare almeno 10 copie della propria poesia.

Art. 8- Le migliori 10 opere verranno lette e/o rappresentate nella manifestazione che avrà luogo a Sassari in data compresa tra il 15 e il 25 giugno 2009. La Cooperativa Tetro e/o Musica si occuperà dei supporti musicali, ove indicati. I vincitori riceveranno come premi libri o oggetti artistici.

Art. 9- Gli enti che promuovono il premio non si assumono nessuna responsabilità riguardo a opere non pervenute o disperse. I testi pervenuti non potranno essere restituiti. Gli Enti Organizzatori si riservano ogni diritto sulla loro pubblicazione, rappresentazione o radiotrasmissione senza alcun compenso per gli autori, che ne resteranno comunque proprietari.

Art. 10- La partecipazione al concorso implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento.


Il dirigente scolastico dell’Istituto Alberghiero di Sassari
Rodolfo Gosmino
Il presidente della cooperativa Teatro e/o Musica
Prof. Stefano Mancini
Il presidente dell’associazione culturale La Corte dei Miracoli
Prof. Donatella Sechi

lunedì 2 marzo 2009

L’esilarante arte del divenire




La STORIA




Una serie di aneddoti teatrali tramandati sin dal ’700







Prologo

Quando, un paio di secoli fa, la commedia dell’arte trionfava su tutti i palcoscenici di un’Europa che aveva ancora molto spiccato il senso del divertimento, avvenne, durante una rappresentazione, che l’Arlecchino, dopo aver preso un diluvio di legnate, cadde perdendo i sensi. Il pubblico non si accorse di nulla e nemmeno ci fece caso colui che mosse il bastone, fuggito subito in quinta per esigenze di copione. Sul fondo della scena, quindi, apparve, preoccupata per il frastuono, Colombina, la quale vedendo il compagno immobile, disteso faccia a terra, cominciò da personaggio a gemere, ma da attrice corse a rianimarlo. Si gettò sul corpo di Arlecchino. Lo scosse. Fece il gesto di strapparsi i capelli, ma il buon servitore proprio non dava segni di vita. Allora, prima di gridare aiuto e interrompere la commedia, come ultimo tentativo, pigiò con energica pressione e con entrambe le mani sul dorso del collega: una, due, tre volte. Si chinò per soffiare sul viso riverso dell’attore, ancora con la maschera sul volto, ma venne richiamata da un diverso soffio, piuttosto rumoroso, che sortì da altro pertugio del corpo di Arlecchino. Colombina finalmente sospirò rinfrancata: “Cielo, ti ringrazio, respira ancora”.

E’ uno dei più famosi e antichi aneddoti teatrali tramandati prima a voce e raccolti successivamente da Oreste Trebbi in un volume, ormai raro, edito da Formaggini nel 1929. La storia del teatro non è soltanto quella erudita che ci ha lasciato l’esimio Silvio d’Amico, e non è nemmeno quella critica relativa alle rappresentazioni di una commedia o di un dramma. Non dimentichiamo che il teatro è arte viva, e come tale, è in continuo divenire. Quando si allestisce un’opera teatrale ne comincia subito un’altra parallela, determinata dalle recite quotidiane. Sappiamo bene che il sipario si apre tutte le sere sulla messinscena di un testo, ma lo spettatore, che si gode lo spettacolo una sola volta non saprà mai se ha assistito alla recita perfetta – così come ideata dal capocomico (l’antico metteur en scene) o dal regista – senza intoppi di sorte, senza capricci degli interpreti e senza incidenti come quello appena descritto.
Nell’ambiente gli aneddoti si tramandano di ruolo in ruolo sin dalla commedia dell’arte: l’Arlecchino vecchio a quello giovane; il Pantalone anziano a quello da istruire, e via di seguito.

Prima scena

Uno dei più grandi attori del pieno Ottocento fu Giuseppe De Marini, il quale, secondo l’usanza del tempo, recitava in una compagnia in cui il dramma si alternava alla commedia. Solo al De Marini, primo attore, era concesso recitare esclusivamente le tragedie, perché, era risaputo, non aveva alcuna dimestichezza con le parti a soggetto. Una sera in cui sarebbe dovuta andare in scena la commedia, accadde che il Florindo si ammalò e l’Arlecchino, facendosi coraggio, pregò il De Marini di sostituirlo. A malincuore il primo attore accettò, ribadendo però il suo disagio per l’assenza di battute scritte. “C’è il suggeritore”, lo consolò Arlecchino. “Ma io non conosco nemmeno la trama”, ribatté il De Marini. “Niente paura – sostenne l’altro – l’argomento è semplice: Rosaura, figlia di Pantalone, ama Florindo, ma Pantalone vuol darla in sposa a Lelio. Lei, signor De Marini, sarà di prima scena proprio con me. Ci sarò io a sostenerla. E’ sufficiente all’inizio che lei si mostri al pubblico disperato, addolorandosi per il rifiuto di Pantalone e per il timore di perdere per sempre la sua amata Rosaura. Detto questo provvederò io a confortarla e a condurre a buon fine ogni cosa. Si affidi a me”.
Il pubblico già affollava la platea quando un attore annunciò che la parte di Florindo quella sera veniva interpretata niente meno che dal celebre Giuseppe De Marini. All’aprirsi della tela il fedele servitore si avvicina al suo padrone (il De Marini, appunto), il quale dandogli un’affettuosa pacca sulla spalla dice soddisfatto: “Arlecchino caro, io sono l’uomo più felice di questa terra. Il signor Pantalone mi ha concesso in sposa la sua figliola, la mia amata Rosaura”. L’altro resta un attimo interdetto e voltandosi al pubblico chiosa, rimanendo perfettamente nella parte: “Siori, non ocor altro. I pol andar a casa ché la comedia la xe finida”.

Ecco evidente un chiaro esempio di capriccio attoriale, ma l’episodio successivo dimostra che l’aneddotica teatrale è soprattutto vittima del caso.

Seconda scena

In epoca più recente, durante una replica del pirandelliano “Ciascuno a suo modo”, Vittorio Caprioli e Mariano Rigillo, interpreti rispettivamente di Francesco Savio e Diego Cinci, diedero vita a un irresistibile duetto fuori programma. Infatti i due personaggi, pur trovandosi finalmente d’accordo sulla necessità di dover prendere le difese di Delia Morello, vittima e artefice di una vicenda sentimentale che stava per degenerare in una serie di duelli d’onore tra uomini d’altri tempi, dovevano chiarirsi ancora un punto. Caprioli-Savio doveva ripetere: “Ma resta che [la Morello] con Rocca intanto fu veramente perfida”. E Rigillo-Cinci, interrompendolo bruscamente: “Fu donna! Lascia andare! …”. Quella sera, però, lo scambio serrato delle battute non diede il tempo al Rigillo di far caso a una piccola omissione del collega che inavvertitamente dimenticò il “con”. Per cui il soggetto della frase pronunciata da Caprioli mutò completamente: non più Delia, ma proprio il temerario suo rivale con cui doveva battersi. “Ma resta che Rocca intanto fu perfida”, disse Caprioli, e già il genere femminile dell’aggettivo gettò sospetti sul Rocca; ma la conferma arrivò perentoria dall’altro: “Fu donna”. Probabilmente se avesse proseguito la battuta, come da prassi, nessuno si sarebbe accorto di nulla, ma Rigillo in quell’istante realizzò la gaffe e si bloccò, offrendo il tempo a Caprioli di soffermarsi anch’esso sull’errore e di rubargli la battuta di rincalzo: “Lascia andare!”. Come a dire: prosegui pure che ormai il pastrocchio è fatto!

Terza scena

Un paio d’anni fa, un carissimo amico, uomo di teatro da oltre 60 anni, durante una serata piena di risate e ricordi raccontò (o forse tramandò, come impone il rito classico) alcuni aneddoti divertentissimi.

Alemanno Morelli, padre di Rina (amica del nostro dispensatore di care memorie), raccontava che, durante una rappresentazione dell’“Otello” interpretato dal mitico Ermete Zacconi, un attore più giovane, dovendo sostituire all’improvviso un collega malato, non sapendo la parte a memoria, andò spavaldamente in scena sostenuto dal suggeritore. Dopo la morte di Desdemona, affacciandosi alla ribalta, rimase in attesa dell’imbeccata, ma a causa del testo tradotto in un impossibile linguaggio arcaico, come si usava nell’Ottocento, l’attore si rifiutò di ripetere al pubblico una frase che per lui non aveva alcun senso. Il suggeritore quindi ripeté: “… ma per mera lascivia”. L’attore, annaspando con gli occhi in cerca di aiuto, continuò a rimanere muto, sapendo bene che la battuta udita non poteva essere stata scritta da Shakespeare. Ma il suggeritore imperterrito: “…ma per mera lascivia”. La pausa era diventata un silenzio, assumendo un tempo eccessivo, per cui dalle quinte giunse anche un severo gargarismo del capocomico che invitava l’altro a proseguire. Forzando il suo istinto, il sostituto decise di dire ciò che aveva capito, e allargando le braccia, come a giustificare la palese assurdità che stava per pronunciare, finalmente confessò: “Ma per me era la scimmia”.

Quarta scena

La professionalità e la rigida educazione teatrale diedero a Elsa Albani – indimenticabile co-protagonista della celebre compagnia detta dei giovani – fama di essere irreprensibile tanto da indurre scherzosamente qualcuno a soprannominarla “il carro-armato”; Romolo Valli, nei “Sei personaggi in cerca d’autore”, indicandola, austera e possente, invece di pronunciare la battuta come scritta da Pirandello “Non è una donna, signore, ma una madre”, giocando abilmente sull’assonanza di quest’ultima parola per ingannare il pubblico, talvolta mostrava, al Capocomico, la teutonica postura della collega dicendo: “Non è una donna, signore, ma un armadio”. La sincerità dei rapporti e la stima di quel gruppo erano talmente solide che mai furono scalfite da questi giocosi sfottò. Qualche anno prima accadde un episodio rimasto indelebile nel sestetto dei giovani. L’ingresso in scena di Annamaria Guarnieri era seguito da quello dell’Albani. Le due avrebbero dovuto scendere insieme, con lunghi abiti, una scalinata prima di raggiungere la ribalta, accompagnate dal suono straziante di un violino fuori scena. La Guarnieri, però, al terzo gradino, inciampò nella piega del vestito rovinando a terra e coprendo col frastuono della caduta anche la musica. Ma fedele ai suoi principi, Elsa Albani, incurante del ruzzolone dell’amica, ripeté algida: “Senti come suona, cara!”. Valli in quinta decretò: “Trattasi irrimediabilmente di un panzer!”.

Quinta scena

Al tempo in cui i baci avevano un valore più compromettente di quello odierno, anche gli approcci galanti di un Romeo testardo, respinto ripetutamente proprio dalla sua Giulietta, furono causa di esilaranti conseguenze. L’attor giovane aveva ideato di sfruttare le esigenze di copione per sferrare l’ennesimo attacco alla bella e ostinata collega. Suppose che nella penombra della tomba dei Capuleti, Giulietta distesa sul feretro, al finale della tragedia, siccome addormentata dal potente sonnifero, non avrebbe potuto ribellarsi alle sue avances. Confidò a un amico il suo piano: avvicinandosi al corpo dell’amata l’avrebbe finalmente baciata appassionatamente. L’amico senz’altro perse una buona occasione per tenere per sé la confidenza e la voce arrivò all’astuta Giulietta la quale, un attimo prima di essere portata in scena sul catafalco, strinse tra le labbra uno spillo con la punta rivolta verso l’alto. Aiutata dalla penombra, quando il tenace Romeo avvicinò la bocca alla sua… Ahi, ahi, l’incauto! Non potendo più spiccicare parola Romeo prese il pugnale e “si uccise” prima del tempo esibendosi in strazianti sussulti di dolore. L’indomani un critico solerte magnificò la travolgente drammaticità di quel gesto repentino!

Non fu soltanto la prosa ad arricchire l’aneddotica teatrale.

Sesta scena

Un’orchestra parigina giunse nel 1914 in una città britannica per eseguire, tra le altre composizioni, il Preludio della “Eleonora” di Beethoven in cui, di tanto in tanto, s’ode il suono distante di una tromba. Accadde però qualcosa che impedì al direttore di fare le prove e costui incaricò l’orchestrale di cercarsi un luogo adatto a far udire il suono del suo ottone in lontananza. Il maestro, rendendosi conto che il teatro non consentiva altre scelte, aprì una porticina sul retro del palco scoprendo un piccolo cortile idoneo all’uopo: quindi, premunendosi di sciarpa e cappotto, attese il suo momento e, un attimo prima, uscì all’esterno, suonò e rientrò in teatro per non raffreddarsi e per seguire meglio l’andamento dell’esecuzione. Al secondo intervento però gli squilli, dopo il primo, s’interruppero all’improvviso. Il direttore andò su tutte le furie e, finito il pezzo, corse alla ricerca del suonatore di tromba. Trasecolò vedendolo dibattersi fra due severi poliziotti che non credevano a una parola di quel che il poverino dicesse loro. E quando videro sulla porta del teatro il direttore d’orchestra ancora in frac si vantarono con lui per aver arrestato quello “strano individuo che voleva disturbare con la tromba il concerto”.

Settima scena

Alcuni episodi sono determinati anche dall’astuzia dei tecnici. Non tutti gli spettatori si soffermano sulle loro fatiche. Quando si chiude il sipario, spesso il lavoro del personale dietro le quinte prosegue più a lungo di quello degli attori. Ciò accade soprattutto quando bisogna smontare la scena per partire immediatamente e rimontarla la mattina successiva in un teatro di un’altra città.

Trovandosi proprio in queste condizioni e dovendo affrontare in nottata un lungo viaggio, un direttore di scena, sapendo bene a memoria battute e movimenti degli artisti, ebbe una folgorante idea. Era da copione che, poco prima del finale, un forte tuono facesse tremare i vetri di una finestra, sulla quale era fissata una pesante tenda sostenuta da un bastone. Per smontare quella tenda occorrevano almeno cinque minuti e il lavoro di tre persone. Tre per cinque, uguale quindici: un quarto d’ora per metter via una tenda è un tempo infinito quando si hanno i secondi contati. Quindi nel pomeriggio, facendosi aiutare da un collega, in tutta tranquillità, salì sulla scala, smontò le staffe che reggevano l’asta, legandola con una cordicella infilata tra le fessure della parete di legno, e assicurò la fune ai ganci fuori scena. Forse avrebbe dovuto informare del suo espediente gli attori, ma per godersi l’effetto sorpresa non disse nulla. La protagonista della commedia, una donna dal fisico ancora molto attraente, terminava l’atto in un letto perché gravemente ammalata. Quando pronunciò la parola che dava il segnale per far partire il tuono registrato, oltre al fracasso, e al tremito dei vetri (anch’esso registrato), il direttore di scena sganciò la corda e la tenda crollò in terra. Tutto sembrava essere andato secondo le intenzioni, ma il giovanotto non aveva tenuto conto dello spavento che avrebbe provocato nella donna sotto le coltri che saltò dal letto con la veste aperta e svolazzante sul davanti, incurante dello stupore del pubblico che l’ammirò completamente nuda. Naturalmente, a quel punto, il crollo della tenda fu ricordato come un improvviso “incidente” dovuto al caso.

Gran finale

Se ne raccontano anche di più licenziosi che riportiamo solo perché i protagonisti furono indiscutibili artisti dall’eccelso calibro.

Sarah Ferrati, già grande attrice e ormai famosa, ancora poco abituata ai nuovi metodi di lavoro dei giovani registi che rivoluzionarono il teatro, durante l’ennesima lettura a tavolino del testo, domandò, un po’ annoiata, a Orazio Costa Giovangigli quando si sarebbe andati in palcoscenico per l’allestimento. Un tempo gli attori ricevevano un copione da studiare (neanche troppo bene) e cominciavano quasi subito a costruire i movimenti indicati dal capocomico. Dunque, alla domanda della prima attrice, il regista Costa rispose: “Signora Ferrati, le battute bisogna metterle bene prima in bocca e poi nei piedi”. E lei, inaspettatamente laconica: “Ah sì! E quando ce le mettiamo nel culo?”

Una giovane attrice, assoldata nella compagnia di Eduardo, al debutto nel ruolo di cameriera, doveva avvertire il maestro in scena dell’arrivo di ospiti: “Ecco, stanno arrivando i pescatori”. Ma la tensione le giocò un brutto scherzo, e disse: “Ecco, stanno arrivando i pisciatori”. Eduardo, controllando la reazione con un’adeguata pausa, ribatté prontissimo: “Che entrino e che piscino!”

Fa parte ormai della storia dei più famosi e irreversibili lapsus: accadde nientemeno che a Eleonora Duse, già travolta dalla passione per D’Annunzio. La battuta da pronunciare era semplice e l’attrice indiscutibile: “Datemi il mazzo di carte”, citava il copione; ma in preda a un giramento di testa (si riparò poi), la divina Duse pronunciò la frase invertendo malauguratamente due lettere, e scambiò la M con la C, dichiarando così la sua appassionata devozione per il membro di Marte!


Esodo

Nella tradizione classica esistono due tipi di attori: quelli che seguono i principi di Diderot e quelli legati al metodo Stanislavskij. I diderottiani sono coloro che, stando in scena, riescono a seguire perfettamente anche quel che succede in quinta. Vittorio Caprioli ogni domenica pomeriggio esigeva che qualcuno gli segnalasse l’evolversi in diretta delle partite del Napoli di Maradona, riuscendo anche a esultare senza darlo a vedere; Romolo Valli, nel “Così è (se vi pare)”, pianificava addirittura gli appuntamenti del giorno successivo con il fedele assistente nascosto fuori scena. Sembra incredibile ma, si dice, che una volta, durante il secondo atto, terminò un’intervista, cominciata nei camerini. Gli adepti di Stanislavskij, invece, hanno bisogno di molta concentrazione per riuscire ad assorbire le caratteristiche del personaggio da interpretare e poterle sprigionare durante la rappresentazione. Un istrione, però, dovendo affrontare Re Lear, astutamente ne assumeva più del necessario: cosicché dopo la recita, al ristorante, non ancora liberatosi completamente del personaggio, evitava di ripetere quel gesto che mai alcun re si abbassò a compiere: mettere mano al portafogli! (fn)



pubblicato sulla rivista Infofinax, dicembre 2008