domenica 5 dicembre 2010

Quando la commozione non arriva per caso

La RecenZione


Donna Rosita nubile


di Federico Garcìa Lorca
regia di Lluis Pasqual




Da quanto tempo, in teatro, la commozione non mi scuoteva!
Per una volta mi piace cominciare a scrivere d’istinto. Puro istinto. Perché, è vero, assistendo a “Donna Rosita nubile” il sentimento che mi lega al teatro – a una certa idea del teatro in cui sono cresciuto, quella che affonda le radici nell’educazione teatrale – ha subito il trauma del risveglio. Lo stesso che, paradossalmente, prova chi all’improvviso esce dal coma e d’incanto recepisce di nuovo le vibrazioni dell’esistenza. Che qui, tradotto in termini emotivi, si chiama nostalgia. E’ la nostalgia di vedere rappresentato il rigore, cioè l’etichetta scomparsa delle grandi rappresentazioni, l’omaggio a un Credo certamente acatollico ma ugualmente sacro. Una devozione rivolta non esclusivamente al cosa sì è visto (che pure ha la sua valenza), ma piuttosto al come è stato riproposto. Il teatro, si sa, è un gioco infinito durante il quale la Signora Finzione cerca di imitare la Signora Realtà; unica regola: guai a prenderne il posto, pena la catastrofe. Ma a catastrofi, ben peggiori, abbiamo assistito in questi anni: quando abbiamo visto la prima delle due madame andarsene da sola per la sua strada, senza alcuna meta, cioè senza alcun rigore, osservando esclusivamente la regola del pressappochismo, delle mezzecalzette: l’esempio di teatro che alla lunga accompagna lo spettatore affezionato verso un coma critico sempre più profondo, verso l’incapacità di giudizio critico: un letale anestetizzante.
Lluis Pasqual, regista catalano da qualche anno ormai di casa al Piccolo di Milano (il teatro che fu di Strehler, ente produttore dello spettacolo), indica la giusta cura per venirne fuori: per combattere una crisi anestetizzante offre il viatico estetizzante – con meravigliosa violenza, e anche con un pizzico di ammirevole presunzione! Ripropone una storiella semplice, scritta da Garcia Lorca (nel 1935) alla vigilia della guerra civile spagnola, imbiancandola di eternità e di universalità: via i riferimenti storici, via i rossi iberici, via le fiammate andaluse per dar forza e vigore alla parola, alla dizione perfetta riproposta da un cast straordinario, alle movenze leggere quasi astratte, spesso danzate, per dilettarsi con i tempi che scandiscono la cronologia della vicenda. Ci sono due sipari bianchi sul fondo che, spostandosi da destra a sinistra e viceversa, segnano le fasi di un valzer lungo una vita – quella di Donna Rosita, appunto – ora con un Andante, ora con un Adagio, ma sempre in un’atmosfera da lento bolero che naturalmente occhieggia soltanto alla Spagna, senza mai la minima prevaricazione. Una delicatezza che sottolinea l’elegante sensibilità del metteur en scene!
Un pianoforte e qualche sedia dipinti di bianco, tutto qui; poi soltanto trasparenze (le scene sono di Ezio Frigerio) e abiti per lo più candidi (di Franca Squarciapino). E in questo candore e in queste nebulosità disegnate dal leggero tratto dell’onestà dei protagonisti s’individua il pregio maggiore della regia: aver dosato il rigore tecnico degli attori con l’intransigenza morale dei personaggi. Condotte pregevoli che, osservate con severità, s’avvalorano e si rafforzano a vicenda: per cui il dolore del tradimento, l’onta della menzogna, acquistano un carattere così forte, così offensivo, che trascinano lo spettatore fino all’odio nei confronti di colui che ha ingannato la bella Rosita. L’attesa della quale risulta commovente attraverso i dialoghi, a volte veri e propri resoconti, tra una zia appena disincantata, e un’anziana tata genuina, addirittura saggia, ma di quella saggezza contadina che oggi può coglierci impreparati. Il dramma, infatti scorre con parole liquide, alla velocità della caduta di un lungo ruscello di montagna, i cui sobbalzi sono intervallati da quelle pozze d’acqua, apparentemente calme, segnate dagli interventi della protagonista, capace tuttavia di portare una ventata di autentica freschezza che si raggela proprio quando riceve la visita delle amiche o finte tali.
Gli attori, eccellenti, meritano senz’altro una segnalazione particolare; ma occorre una premessa che ancora corrobora la qualità dell’operazione. Pasqual, per portare in scena una storia semplice, ma di raffinata scrittura, si affida a esecutori esclusivamente di scuola classica. Non è un caso. Certe commedie vanno sostenute, oltre che da una regia esemplare, anche da una recitazione impeccabile. Se si può trovare un neo nel parterre attoriale lo si individua nel caratteristico timbro vocale della signora Andrea Jonasson (nella foto), che in questa occasione, di tanto in tanto, stona con il candore dell’atmosfera, con l’impalpabile liquidità delle parole, con l’inconsistenza degli eccessi drammatici, riportando lo spettatore ad una realtà dalla quale gli altri interpreti cercano di elevarsi. Magnifica la prova della signora Franca Nuti che ha ricordato il modo modesto e grandioso di stare in palcoscenico delle storiche Morelli, delle Ferrati, delle Brignone; ottima la partecipazione di Gianfranco Dettori che aggiunge, alla svagatezza del personaggio, un pizzico di poesia non priva di una certa autoderisione. E immensa è Giulia Lazzarini. Che grande attrice! Come riesce ad appropriarsi delle minuziose civetterie del ruolo: si direbbe una servetta, anche se costruita dall’autore con dovizia di particolari; ma quale intelligente e raffinata immedesimazione, al limite di leziosità sempre controllate e mai eccessive, di una freschezza inesauribile, e continuamente calibrate con tocchi d’ironia soffusi e discretamente trasognati. Signori, chapeau! (fn)

venerdì 1 ottobre 2010

Ancora sul principe della jettatura



La STORIA






Innominato da Dumas, scopriamo chi era

(II parte)



Avevamo lasciato il nostro jettatore a bordo di una imbarcazione francese veleggiando verso Tolone, rattristato per la morte del fratello ucciso in duello per causa sua, e per la dipartita del padre stroncato dal dolore. Alessandro Dumas dedica un intero capitolo del Corricolo al viaggio del principe di *** verso lidi lontani – ma noi, non avendo la sua penna, lo riassumeremo in poche parole per non cadere in stucchevoli ripetizioni – tragitto durante il quale il capitano del vascello, non avendo tenuto in seria considerazione le maldicenze sul conto del suo ospite (prima di salpare da Napoli un’anima pia s’affrettò a metterlo in guardia onde prepararlo a qualunque imprevisto) non fece a tempo a ricredersi che, dopo due giorni e mezzo di navigazione, all’altezza di Livorno, si vide costretto a virare bruscamente verso la Corsica per evitare l’attacco di due bastimenti inglesi. Il principe lo rincuorò appena intuì che il vento premiava l’alta velatura di bordo e la forma snella dello scafo, agile a scivolare leggero sulle acque. “Con il levante in poppa non li sentiremo più abbaiare”, disse pavoneggiandosi il capitano soddisfatto della distanza guadagnata sulle inseguitrici. E il principe di rincalzo esclamò mirando a est l’orizzonte: “Oh, durerà, eccome se durerà!”. E la voce del marinaio di vedetta si levò forte e allarmata: “Il vento salta da est a nord”. In pochi minuti il vascello fu raggiunto e bombardato da entrambi i lati. Nulla potettero i francesi: si arresero e furono tratti in ostaggio. Il povero capitano, rassicurato dai vincitori affinché il principe, rimasto naturalmente illeso, fosse preso in consegna su uno dei due bastimenti, chiese il permesso di andare a prendere effetti personali in cabina e si sparò. L’ammiraglio inglese, comprendendo che l’ospite fosse persona di stimabile levature, gli offrì i migliori servigi, riservando le celle più anguste alla ciurma dei prigionieri.
Quel che non riuscì alla potenza delle armi francesi, riuscì alla potenza del principe. Soddisfatti del bottino conquistato, i britannici spiegarono le vele e si diressero verso le Baleari certi che nessuno li avrebbe disturbati. Appena, però, scorsero le coste delle isole iberiche, un nuvolone nero si addensò su di loro e all’improvviso le acque si tinsero di un bianco funesto: una violentissima tempesta scatenata dal maestrale li investì a tribordo spezzando ben due dei tre alberi; le onde s’alzarono più alte dei torrioni di un castello e i marinai francesi, dapprima sbatacchiati, furono liberati. La nave fu scaraventata sugli scogli e soltanto alcune scialuppe furono in grado di raggiungere il porto di Minorca. Scrive Dumas: “Il principe di *** aveva sopportato la tempesta con la stessa buona sorte con cui eluse il combattimento navale ed era disceso a Mahon senza aver neanche sofferto il mal di mare”. Noblesse oblige!
Lontano da Napoli gli echi delle sue “virtù” si affievolirono. Viaggiò incessantemente per l’Europa alla ricerca di serenità. Soltanto il suo amministratore manteneva con lui rapporti per ovvii motivi e un giorno sparse la voce che finalmente il principe aveva preso moglie e presto sarebbe tornato nella città natia. Notizia dai più salutata con le mani in tasca alla ricerca di cornetti o altro.
Quando sbarcò, dopo cinque anni, la sua stella funesta era rimasta intatta: soltanto aveva aggiunto agli occhiali, la tabacchiera che, stando al codice della jettatura, avrebbe raddoppiato l’influsso maligno. Con lui scesero dalla nave la moglie e due bambini. Immediatamente i napoletani riconobbero nel maschietto l’erede potenziale del principe: stesse labbra, stesso sguardo, stessa camminata; la certezza fu immediata, il dono fatale era stato tramandato geneticamente. Ma dove c’è un carnefice c’è anche una vittima. E la prescelta era lei, la bambina, Elena, creatura deliziosa educata dalla madre con sani e severi principi. Fu naturale che crescendo, la bella Elena attirò su di sé le ammirazioni dei giovani aristocratici napoletani. Tra loro ce ne fu uno, il conte di ***, malvisto dal principe per via di certi trascorsi burrascosi da spudorato donnaiolo, e proprio di lui Elena s’innamorò. Dovette lottare oltre un anno contro i capricci del padre per arrivare a strappargli l’accordo. Finalmente, quando vide la figlia sull’orlo di una grave malattia a cui la medicina non poteva porre rimedio, il principe acconsentì alle nozze e, dopo il gran ballo dato per l’occasione, salutando gli sposi, dimenticando tutti i pregiudizi – proprio lui! – che aveva nutriti nei confronti del genero, disse con aria paternalistica: “Venite, cari figliuoli, a ricevere la mia benedizione!”. Pose i palmi delle mani sulle loro teste e pronunziò parole che si rivelarono un vero e proprio anatema: “Crescete e moltiplicatevi!”. Dopo sei mesi la figlia confessò di essere nelle stesse condizioni in cui si trovava prima del matrimonio.
Napoli si divise: gli uomini dalla parte di Elena, le donne (molte delle quali a ragion veduta) dalla parte del conte. Si ricorse prima alla prova del “Congresso carnale” (un’usanza medievale per provare se l’uomo fosse realmente incapace di adempiere ai suoi doveri) e infine alla decisione della Sacra Rota di annullare il matrimonio non essendo stato consumato. Trascorsero tre mesi ed Elena tornò all’altare per sposare un cavaliere, ma al momento del congedo dai genitori, quando il principe si apprestava a lanciare la sua benedizione, la figlia alzò le braccia inorridita gridando: “Padre, vi prego, non una parola di più”. Quando, tre giorni dopo, ritrovò i genitori, Elena profuse un sorriso così radioso e soddisfatto che i comprensibili timori materni immediatamente si dissiparono.
La nascita del nipote determinò una tregua inaspettata. Il piccolo divenne il beniamino del nonno al quale rendeva teneri sorrisi in cambio di affettuose coccole. Furono questi i motivi che resero il principe distratto – diciamo così – dal posare il suo occhio su altri. Innocuo sì, ma a tempo determinato! Fino a quando un giorno ebbe l’incarico di recarsi in Francia da Carlo X di Borbone per congratularsi, a nome del re di Napoli, per l’ultima impresa bellica: la presa di Algeri. Questa nuova incombenza diplomatica lo avrebbe, però, costretto a staccarsi per qualche tempo dall’amato nipotino e il fastidio lo rese di pessimo umore: giunse a Parigi il 24 luglio 1830, fu ricevuto due giorni dopo dal sovrano e l’indomani scoppiò la rivoluzione di luglio. Dieci giorni di tafferugli e il trono di Francia passò a Luigi Filippo d’Orleans, dopo 241 anni ininterrotti di reame borbonico.
Il principe riprese la strada di casa e approfittò per far tappa a Roma per ossequiare il Santo Padre. Pio VIII gli offerse la pantofola da baciare, poi l’anello e… tre giorni dopo volò tra le braccia Signore.

***

Fermiamoci qui, perché questi ultimi due eventi storici e sicuramente databili offrono all’attento lettore del Corricolo di Alessandro Dumas la possibilità di capire lo spirito con cui l’autore de I tre moschettieri e de Il conte di Montecristo riportò le impressioni del suo lungo soggiorno napoletano. E’ vero che molte delle sue opere sono annoverate tra quelle storiche ma è inconfondibile lo stile romanzesco, spesso ironico, a volte deliziosamente giocoso. Un’analisi delle date ci aiuta a comprendere che il Dumas (appunto giocando con argomenti disimpegnati e aperti al divertimento intellettuale, quale può essere questo della jettatura) abbia commesso qualche leggerezza storica. Dice infatti che il famoso jettatore giunse a Parigi il 24 luglio 1830 e in pochi giorni il trono di Francia cambiò casato: è vero, i riferimenti storici di questi avvenimenti sono esatti. Ma è riscontrabile anche la morte di Pio VIII (Papa Castiglioni): notte tra il 30 novembre e il primo dicembre 1830. Dunque è poco credibile che il nostro protagonista, smanioso di riabbracciare il nipotino, abbia impiegato ben quattro mesi per ritornare a Napoli. Onore comunque al Dumas, il quale contribuì ad arricchire con il suo prezioso autografo un argomento così tipicamente partenopeo, ricostruendo senz’altro con qualche immaginazione l’esilarante personaggio del principe di ***.
Suvvia, possibile che a distanza di secoli non si possa ancora pronunciare il nome di costui? Lo storico Fausto Nicolini – che del firmatario di questi articoli fu il prozio – stretto collaboratore di Benedetto Croce, scoprì, tra gli archivi che andava quotidianamente sviscerando, l’arcano del principe. Si chiamava Cesare della Valle, duca di Ventignano, nacque a Napoli nel 1766 e morì nel 1860. Si dilettò con le lettere e scrisse, oltre a innumerevoli versi, anche alcune tragedie, tra cui lo stesso Croce ricorda una Medea. Negli archivi familiari Fausto Nicolini senior rintracciò la prova scritta dell’appendice giudiziaria che sortì dall’episodio della “benedizione paterna”: la figlia del duca, donna Olimpia (e non Elena, come scrive Dumas), era andata in sposa al duca di Parabito, don Giovanni Ferrari, e il loro matrimonio fu effettivamente annullato: avvocato di quella causa di separazione fu, infatti, Niccola Nicolini, ministro del re e bisnonno di quel Fausto.
Addirittura il più illustre don Benedetto, nei Quaderni della Critica (1945, n. 3, c. III) trovò tempo e diletto per dedicarsi alla jettatura, prendendo a pretesto la Cicalata del Valletta (che abbiamo introdotto nell’articolo precedente), e si domanda: “Perché mai a Napoli, negli ultimi decennii del settecento, si parlò e si scrisse tanto della jettatura, a segno che questa parola … diventò nota anche ai forestieri, come si vede nei libri di Dumas e Gautier?” Moda, suggestione, ozio? Alla base c’è senz’altro “un intimo piacere” – come sottolinea il Valletta – un gusto perverso di certa umanità nel voler trovare argomenti di conversazione poco impegnativi su cui si possa ridere e spettegolare. Non si creda quindi che la jettatura sia argomento restaurato (abbiamo già detto che nacque dai miti greci) dalla bassa plebe, piuttosto dalle “smorfiette delle vezzose dame – citiamo Croce – che davano o trasmettevano e diffondevano il tono del prescelto modo di artificiale aborrimento”. In altri termini: come potevano opporsi al tedio di certe noiose serate salottiere quelle dame senza troppi interessi intellettuali e con limitati argomenti di conversazione? Spettegolavano, attribuendo a questo o a quello il fascino di poteri malefici. E non va sottovalutata l’analogia storica: furono Venere e Giunone, due donne, a partorire il germe della jettatura e donne furono le restauratrici, a discapito degli uomini. Raramente, infatti, si è parlato al femminile nel mondo del malocchio!
Lo stesso Croce (notoriamente adepto al “Non ci credo, però…”) riporta un episodio che potrebbe illuminare un po’ di più. Tra il 1840 e il 1850 a Napoli si diffuse voce che un altro gentiluomo possedesse capacità catastrofiche. Costui, però, di temperamento assai focoso, prese la consuetudine a sfidare in duello chiunque sussurrasse il suo nome o prendesse precauzioni al suo passaggio. Accadde che giunse a Napoli un ignaro signore russo, il quale fu informato subito della pericolosità di tale gentiluomo, ma, fidandosi della sua educazione, non credette a una sola parola di quanto gli riferirono e quando a cena chiese chi fossero i commensali, udendo di nuovo quel nome, proferì appena un “Ah, quello!”. Il gentiluomo si avvicinò subito al russo per avvisarlo che l’indomani avrebbe dovuto rispondere dell’offesa. Il giorno dopo si fece il duello e al primo scontro lo straniero fu ferito alla fronte. Mentre si procedeva alla medicatura, la vittima cercò di scusarsi con l’avversario: “Signore, io sono russo, non credo alla jettatura; ma riconoscerete che è un caso ben strano che, appena giunto a Napoli, il primo nome che abbia appreso ieri sia stato il vostro, la sera stessa vi abbia incontrato di persona, e oggi mi capiti, da voi, una sciabolata sulla testa!”
Ancora Croce riferisce di un colloquio che ebbe con il suo amico e letterato tedesco Karl Vossler, studioso e amante delle nostrane meraviglie artistiche e naturali. Quando nel 1915 l’Italia s’apprestava a entrare in guerra contro la Germania, il Vossler corse a cercare conforto dall’amico per la sciagura che avrebbe potuto provocare il conflitto: maltrattamenti, distruzioni, incendi. Vossler a un certo punto scoppiò addirittura a piangere, imputando al suo popolo il possibile massacro di tanta bellezza; ma Croce lo rincuorò: “Al posto vostro, mio caro, non piangerei troppo sulla sorte dell’Italia. Vedete, noi siamo un poco jettatori: la storia ci insegna che chi prende le armi contro l’Italia finisce sempre male”.

***

Concludendo la nostra cicalata sulla jettatura, in due puntate, ci preme risolvere un naturale quesito. E’ risaputo che Napoli ha esportato nel mondo la pizza, e in qualunque parte del pianeta la parola “pizza” è associata all’immagine del Vesuvio o a quella di Pulcinella. La jettatura, a differenza della pizza, non è nata a Napoli, dunque perché anche questa è diventata emblema della napoletanità? La risposta è semplice. In qualunque altra civiltà le credenze sul malocchio si portano dietro risvolti cupi, tristi, angosciosi, maliziosi, decadenti e persino temibili; lo spirito del napoletano invece ha rivoltato il lato nero della faccenda e ne ha trovato uno colorato, frizzante, brioso, che ha divertito generazioni di aristocratici nullafacenti dediti alle facezie, che involontariamente hanno influenzato la curiosità di scrittori, poeti e romanzieri, che a loro volta hanno dato l’opportunità agli studiosi di ricercare origini storiche ed episodi. Così è nata una vera e propria letteratura, parola che soltanto a Napoli può far rima con jettatura.
E naturalmente, come tenne a precisare Peppino De Filippo, Non è vero… ma ci credo! (fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, maggio 2009



giovedì 16 settembre 2010

Da Ferdinando IV al principe di ***



La STORIA





Vittime e carnefici del fascino della jettatura


(I parte)




La sera del 3 gennaio 1825, l’ormai anziano borbonico sovrano delle Due Sicilie, dopo aver disputato una partita al giuoco delle carte e dopo aver adempito all’impegno di ogni buon cattolico recitando le orazioni, andò serenamente a dormire. Si portava sulle spalle settantasei anni, sessantacinque dei quali da regnante: una discreta fatica! Ovvio che il popolo partenopeo, riconoscente, fosse particolarmente affezionato al suo re. Fu questo il motivo per cui, la mattina seguente – quando alle dieci un maggiordomo di Palazzo, non avvertendo ancora alcun rumore provenire dalla camera reale, scoprì il corpo senza vita di Ferdinando IV – i napoletani, appena si sparse la triste notizia, vollero ostinatamente rintracciare nell’improvvisa morte del regnante una causa soprannaturale. Re Nasone, come era nominato, la sera precedente non aveva manifestato alcun malore, dunque perché la mattina successiva non si era più svegliato? Ecco cosa si scoprì.
Da quindici anni, re Ferdinando IV, non esente da certi pregiudizi superstiziosi, continuava a rinviare l’incontro con tal Andrea de Jorio, un canonico all’epoca archeologo di chiara fama, il quale lo tormentava con la richiesta di un’udienza per presentargli un volume di cui era l’autore. Il sovrano, ben sapendo che il De Jorio fosse annunciatore di strani eventi, aveva fino ad allora resistito ma, vinto dalle insistenze di coloro che lo circondavano, i quali mai avrebbero voluto che il re cascasse in equivoci di mala creanza, accordò al De Jorio per il pomeriggio del 3 gennaio la sospirata udienza. Quella mattina, però, appena desto, vista la bella giornata, il re espresse il desiderio di voler partire per una battuta di caccia e di volersi fermare, poi, a dormire alla Reggia di Caserta, ma ne fu dissuaso: l’ennesima scortesia al buon canonico avrebbe provocato certamente qualche malumore con la Chiesa, sostenne qualcuno. Nessuno tra i consiglieri comprese che il desiderio del sovrano fosse in realtà soprattutto una scrupolosa precauzione. Il re dunque incontrò il canonico il pomeriggio del 3 gennaio, e quello fu l’ultimo giorno di cui vide la luce!
“Se non ci fosse san Gennaro in cielo, da gran tempo la jettatura avrebbe annientato Napoli; se non ci fosse la jettatura in terra, da gran tempo san Gennaro avrebbe fatto di Napoli la regina del mondo”, così Alessandro Dumas (padre) spiega il motivo per cui Napoli e la jettatura sono legate da una forza indissolubile; anche se la jettatura, com’è risaputo, ha origini molto più antiche. Il nome ci giunge dai latini che dicevano fascinum (affascinamento) per indicare il mal d’occhio, cioè l’intenzione di gittare incantamenti: ergo jettare. I greci chiamavano questa nefasta influenza, determinata dalla potenza degli occhi, alexiana, e attraverso i miti dell’Olimpo ci è stata tramandata una curiosa storia di gelosia tra Giunone e Venere, una vicenda in cui il potere degli occhi è predominante, suggerendo ai lettori sensibili a questo fascino la maniera più comune di jettare il maleficio.
Ecco come un noto giureconsulto del Settecento, Nicola Valletta, partenopeo naturalmente, la trascrive nella sua Cicalata sulla jettatura (studio approfondito sul tema pubblicato per la prima volta nel 1787): “Venere, ancora verginella, uscendo dal mare, si andava spassando con tutti gli dei, al punto da compiere con Bacco tal cosa che qui non si può dire. Intanto Giunone, giacché sterile e perciò incapace di produrre figliuoli, verde di bile e terribilmente gelosa, si trasformò in una vecchia ostetrica, con l’intenzione non di assistere al parto la bella Venere ma ammazzare il nascituro Priapetto, affascinandolo malignamente. Ed ecco che interviene Bacco che salva Priapo dalla tremenda jettatura … Sappiamo infatti che Priapo non aveva affatto piccina l’ascosa parte del corpo, innominabile per modestia, e che anzi per la enormità della proporzione … potesse allontanare i nefasti della jettatura, giacché destando riso e interesse, distoglieva gli occhi dei crudeli invidiosi”. Accadde insomma che Bacco per proteggere il suo pargolo, lo fornì al momento del parto di un membro sproporzionato – oggi lo definiremmo per l’appunto priapesco – al fine di disorientare lo sguardo mortale della crudele ostetrica, la quale, stupita o forse attratta da cotanta generosità, rimase ella stessa affascinata e impotente. Da allora e per molti secoli, l’immagine del membro maschile fu il primo emblema da opporre al malocchio: si sovrapponeva alle porte delle botteghe, delle case, delle stalle, e finanche si appendeva – come ciondolo beneaugurante – al collo delle puerpere. Da qui la riproduzione del fallo prese il nuovo significato di simbolo della fecondità, lasciando al fallico corno l’eredità di proteggere dal fascino della jettatura.
Non potendo ostentare amuleti che una società più moderna avrebbe giudicato impudichi, i napoletani, e più di loro gli abitanti dell’entroterra, usavano attaccare, nelle loro abitazioni, sulla parete di fronte alla porta d’ingresso, un paio di corna con le punte rivolte verso colui che entra, sostituite poi dal più spiritoso cornetto di corallo tipico dell’epoca nostrana da fissare sopra l’uscio, punta rigorosamente verso il basso. Questi suggerimenti, e molti altri simili, si trovano nel volume intitolato La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano dato alle stampe nel 1832 proprio da quell’Andrea de Jorio, presunto responsabile della morte di Ferdinando IV, il quale probabilmente ignorava che la fama del canonico fosse anche frutto dell’interesse letterario che legava il De Jorio alla questione della jettatura. Segno evidente che non sempre la facile credenza popolare, intorno a personaggi rinomati come portatori di malocchio, abbia valide fondamenta.
Non sempre, però, non significa mai. Infatti, soltanto prendendo accurate precauzioni (prima di affrontare certi argomenti è consigliabile davvero effettuare opportuni scongiuri), possiamo raccontare di quel principe di *** – contemporaneo del De Jorio – il quale, forse ancora oggi, detiene il primato di uomo più pericoloso di tutti i tempi. Prima di lui, è vero, si leggono sin dalle scritture latine di potenti jettatori ma nessuno poté uguagliarlo: ci fu chi riuscì con uno sguardo a spezzare un tavolo di marmo solo perché fu lodato durante un banchetto; ci fu chi mirando in cielo il volo elegante di un falco lo fulminò all’istante; ci fu chi riuscì a opacizzare lo specchio nel quale si rifletteva tutte le mattine una deliziosa fanciulla che in pochi giorni divenne pure calva. Lo stesso Nicola Valletta racconta di quando, dovendo andare dal re per chiedere un sussidio per questioni professionali, incappò in un collega che scorgendo il memoriale su cui l’erudito aveva riassunto le specifiche da presentare al sovrano, con brusca cera, sentenziò: sarà difficile. “Allora io – scrive il Valletta – monto in carrozza e mi avvio verso la Villa del Re, in Caserta. E che cosa mi capitò? Tutto quanto di male può capitare in un viaggio: acqua dirotta, vetturino avvinazzato, un cavallo afflitto da dolori reumatici e, terribile a dirsi, mentre ero per accostarmi al Sovrano, per umiliargli le mie suppliche, ecco che non trovo più in tasca il memoriale gelosamente custodito”.
Il principe di ***, dicevamo (seguendo il racconto di Dumas padre riportato nelle pagine de Il Corricolo), meno gli occhiali, la parrucca e la tabacchiera, immancabili accessori di ogni provetto jettatore, nacque con tutti i caratteri della jettatura. Ancora in fasce già mostrava connotati precisi: labbra sottili e naso uncinato. Particolari che non sfuggirono alla prosperosa balia la quale, appena il poppante le sfiorò il seno, perdette il latte; dacché la di lui madre spirò nel momento in cui mise alla luce il secondogenito. Celebrò la sua entrata in seminario con un’epidemia di tosse convulsa di cui soltanto lui, già miope e anemico, riuscì a evitarne il contagio. Seguì i corsi con gran successo, raggiungendo agli esami sempre il primo premio, tranne che in una occasione quando fu superato da un compagno che, mentre s’apprestava a ricevere la medaglia, inciampò in un gradino spezzandosi una gamba.
Re Ferdinando, sempre lui, sì, in un momento delicato del reame, intuendo che il trono fosse insidiato da un francese, certo Napoleone, annunziò che l’arcivescovo benedisse in pompa magna le bandiere borboniche in Santa Chiara. La cerimonia si preannunciava solenne: i collegi, le scuole e i seminari ebbero la concessione di mandare gli allievi più rappresentativi, i più bravi. Tutto si svolse con calma e grandiosità fino al momento della sfilata degli stendardi; fu allora che un giovane portabandiera fu colto da un colpo apoplettico cadendo stecchito davanti al nostro jettatore, il quale raccogliendo il drappo gridò: “Viva il re”. Tre mesi dopo Gioacchino Murat entrò a Napoli prendendo la reggenza dell’impero napoleonico nelle Due Sicilie.
Passeggiando per Toledo con alcuni suoi colleghi il nostro bravo seminarista magnificò le magnificenze del San Carlo descrittegli da amici più adulti, e sospirando espresse il desiderio di voler assistere all’opera anche per conoscere le belle dame che frequentavano i palchi dorati; le sue parole inopportune arrivarono alle orecchie dei precettori che lo rimproverarono vietandogli assolutamente di andare a teatro. Il principino sfidò la superbia degl’istitutori: ordinò un vestito nuovo al sarto di famiglia, affittò una carrozza e raggiunse il San Carlo: l’indomani il teatro era un mucchio di cenere.
Il giorno seguente a quello in cui entrò come novizio in un convento furono soppressi gli ordini religiosi. Un evento devastante, perché non potendo più praticare la carriera ecclesiastica, il nostro entrò in competizione con il fratello maggiore, Ercole, già ambasciatore, aspirando anch’esso a un futuro da diplomatico. Debuttò finalmente in società nella prestigiosa villa di una nobildonna: appena fu pronunciato il suo nome all’ingresso, un cameriere scivolò con il vassoio dei gelati, banale coincidenza che non allarmò la contessa, la quale invitò il principe in giardino per mostragli la vista meravigliosa dei riflessi dell’incantevole cielo stellato da cui all’improvviso fulmini e saette annunciarono l’imminente arrivo del temporale, altra coincidenza sulla quale la padrona di casa dovette glissare optando per il concerto di una famosa cantante. La contessa, quindi, prese posto, nella sala della musica, su una poltrona i cui piedi posteriori non ressero al peso e la nobildonna ruzzolò all’indietro; il soprano dopo un paio di stecche fu colpita da un attacco di tosse e dovette arrendersi; quando la festa ormai turbata da queste continue coincidenze e gl’invitati imbarazzati cominciarono a fuggire, al principe venne la generosa idea di lodare la bellezza di un lampadario che durante la notte, nel salone ormai buio e per fortuna deserto, si stacco dal soffitto infrangendosi in mille pezzi.
Nonostante, come si è detto, tra fratelli non corresse buon sangue, il primogenito, rientrato a Napoli per qualche commissione, ascoltando per istrada alcune maldicenze (chissà quali!) da parte d’un giovanotto nei confronti del fratello minore, sfidò costui a duello per mantenere alto il nome del casato. Il principe Ercole era considerato tra i migliori spadaccini del tempo, ma il minore, cioè il jettatore, insistette per fargli da testimone e in quattro stoccate il buon Ercole venne infilzato fatalmente al torace. In breve, per il troppo strazio, anche il vecchio padre si lasciò morire; e lui, il nostro principe addolorato e sconsolato, non trovando in Napoli altra consolazione, chiese ospitalità a un vecchio lupo di mare e s’imbarcò per Tolone. Lasciamolo per ora veleggiare verso nord-ovest a bordo del vascello francese in età ancora giovanile, ma il lettore sappia che, come ogni jettatore che si rispetti, morì alla veneranda età di novantaquattro anni e gli effetti catastrofici dei suoi sguardi e delle sue parole non conobbero tregue e neppure confini.
A noi non resta, prima di chiudere, che ripetere e osservare un’efficace filastrocca coniata, in latino maccheronico, da un anonimo buontempone partenopeo affinché la rievocazione del nostro principe jettatore non ci porti strane coincidenze:
Terque, quaterque, testiculis tacti,
extirpatio pili, non est praegiuditium,
sed contra jectatura valet.

continua...
(fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, aprile 2009



mercoledì 1 settembre 2010

La vera storia di Pujol: Le Petomane de Paris



La STORIA






L'unico artista che non paga diritti d'autore






Sul finire degli anni Settanta, durante una spensierata serata – fino a una ventina d’anni fa si usava spesso godere di queste libere evasioni poco impegnative ma estremamente salutari – un gruppo di amici, ognuno con bicchiere alla mano e un sorriso scevro da ipocrisie, cominciò a scherzare goliardicamente sui benefici del peto, a ricordare vecchi aneddoti a tema e a sollecitarne una giusta riconoscenza. Intendiamoci, era una cena all’aperto in tarda estate, in un bel giardino di una villa sul litorale romano. L’anfitrione era un attore, ormai scomparso, forse bravo, forse eccelso; sicuramente un uomo che ha amato la vita e ha professato l’arte della risata per sé, al di là del suo mestiere. Aveva un hobby: cucinare e mangiare insieme con i suoi amici, e la sua casa era aperta a tutti (“anche ai ladri”, si diceva!); per loro preparava ricette prelibate e in abbondanza, tutte condite da leggerezza e allegria. La conduzione istrionica dell’argomento, iperbolico per certi versi, fu scandito da un numero infinito di risate che testimoniarono quanto gli astanti (soprattutto di genere femminile) apprezzassero il lato gradevole di quel difetto gassoso di cui spesso invece ci si deve vergognare. Non immaginiamo quale tra quelle genialoidi menti partorì l’idea di girare un film sul peto, ma certamente lì, quella sera di molti anni fa, fu posta la prima pietra per il progetto de “Il petomane”. Bisognava costruire un plot, scegliere una trama, individuare l’ambiente più idoneo. Insomma si fece subito un giro di ricognizione storiografica per capire quale periodo avrebbe potuto ospitare, con discrezione sicuramente, ma anche con irresistibile effetto comico, un degno omaggio al peto!
Probabilmente – non lo sappiamo con certezza – il lampo venne proprio a Ugo Tognazzi, l’amico cuoco, protagonista poi del lungometraggio: certamente fu lui che fece prima un repentino dietrofront (“per salvare le apparenze”, sussurrarono le solite indiscrezioni) e poi cedere alle insistenze di altri che lo spinsero ad accettare la parte che rinnegò fino al giorno in cui spuntò una storia autentica. Fu rintracciato, infatti, un libricino scritto da due francesi, Jean Nohain e François Caradec, pubblicato nel 1965, una biografia su un certo Joseph Pujol. E su questo personaggio fu scritta, tra finzione (molta) e (poca) realtà, la sceneggiatura, approvata dallo stesso Tognazzi, da Pasquale Festa Campanile, il regista che avrebbe diretto le riprese, e quindi da un produttore. Nel 1983 “Il petomane” uscì nelle sale di tutta Italia. Da allora il nome di Pujol divenne appena più familiare, ma finì presto nel dimenticatoio perché il film non ebbe un grandissimo successo, forse perché gli sceneggiatori (tra cui spicca il nome di Enrico Medioli) commisero la leggerezza di fidarsi poco della realtà, preferendo accostare al protagonista centrale una donna (Mariangela Melato) affinché si potesse costruire una storia d’amore alquanto surreale, in una Capri dissociata dal contesto.

***

Fino ad allora pochissimi in Italia conoscevano la fenomenale personalità di Joseph Pujol, un uomo davvero straordinario, quantunque riservato e mesto. E coloro che ricordano il film non possono sapere chi fu il vero petomane, anzi, alla francese, “Le Petomane. L’unico artista che non paga diritti d’autore”, come si poté leggere sui manifesti del Moulin Rouge, appena fu ingaggiato per quella incontestabile abilità. La sua storia è molto più riservata di come ce la racconta Tognazzi, meno esibizionista, estremamente “professionale”. Certamente Joseph Pujol deve al peto la sua fortuna, ma seppe ritirarsi appena comprese che la dea bendata gli voltò le spalle, pur se con il massimo rispetto e senza la minima competizione!
Joseph nacque a Marsiglia il 1 giugno 1857 in via degli Incurabili, un segno premonitore, forse! Anche se il suo successo non è d’attribuire a un’autentica malattia, piuttosto (si potrebbe dire) di un malaugurato incidente che egli stesso successivamente seppe sfruttare al meglio. Aveva appena compiuto 3 anni quando andò al mare con la mamma: aiutato dalla genitrice, si immerse completamente in acqua, trattenendo in modo corretto il respiro con naso e bocca, ma (per un’improvvisa reazione al freddo, come spiegarono i medici) rilassò i muscoli rettali assumendo inopportunamente, proprio con quelli, dell’acqua, espulsa senza problemi ma sufficiente a lasciare il segno… del destino. Da quel giorno il fenomeno non si ripeté più e Joseph poté terminare gli studi. A 13 anni cominciò a lavorare come garzone presso un fornaio, prima di mettersi in proprio; mai, durante questo lungo periodo, lo spiacevole episodio si ripeté. Qualche tempo dopo, però, durante il servizio militare, sempre in gita al mare, i commilitoni, cui egli aveva raccontata la “prodezza” dell’infanzia, gli chiesero se sapesse ancora risucchiare acqua con l’intestino. Joseph goliardicamente si adoperò, scoprendo di poter, senza difficoltà, “aspirare” e spruzzare liquido a suo piacimento.
Tornato a Marsiglia e sposatosi con Elisabeth Olivier, riuscì a perfezionare la sua particolare abilità imparando a controllare la pressione modulando l’emissione d’aria dall’intestino. Inventò, quindi, un numero dimostrativo che propose in piccoli teatri locali. Si sparse immediatamente la voce e fu presto notato da un impresario, il quale, entusiasmato dalle irresistibili sue capacità, lo incoraggiò a presentarsi a Charles Zidler, direttore del Moulin Rouge. Era il 1892.

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All’epoca il Moulin Rouge era il santuario della Belle Epoque, il palcoscenico più ambito cui un artista potesse aspirare. Fu inaugurato qualche anno prima, il 6 ottobre 1889, proprio da Zidler (già direttore dell’Ippodromo di Parigi), insieme a Joseph Oller (proprietario dell’Olympia). Ziedler intuì la necessità di un divertissement che attirasse, dopo il tramonto, gran parte del pubblico, assiduo frequentatore delle corse di cavalli, composto da giovanotti eleganti e benestanti in cerca di diversivi allettanti e di qualche facile avventura galante. Confidò all’amico Oller, che di teatri se ne intendeva più di ogni altro, l’idea di proporre spettacoli leggeri in cui musica, balletto e belle ragazze accompagnassero le nottate della più spensierata mondanità parigina, e quindi del mondo; insieme scelsero, tra Pigalle e Mont-Martre, un palcoscenico ricavato in uno spazio a forma circolare simile a quello dell’interno di un mulino a vento da cui il locale prese ispirazione per il nome. I primi avventori se ne accorsero subito e in pochi giorni si sparse la notizia delle meraviglie del premier Palais des Femmes per l’atmosfera frizzante che si respirava e per gli spettacoli che si rappresentavano. Il Moulin Rouge divenne il tempio della musica, della danza e del divertimento: il can-can fu il nuovo rivoluzionario ballo; la Goule, la beniamina del pubblico; e un certo Toulouse-Lautrec, un geniale omino dalle apparenze grottesche destinato a diventare tra i più innovativi ritrattisti del secolo, contribuì con le sue opere ad ampliare la sua eco in tutta Europa. Se ne accorsero anche Marcel Proust e Sigmund Freud!
Charles Zidler, oltre che a ballerine e chanteuse, era sensibile anche all’arte dei comici, e nel suo studio si alternavano ogni giorno decine di artisti, o presunti tali, in cerca di una scrittura. Si racconta che spesso gli bastava uno sguardo per comprendere il valore artistico del genio o del guitto. Per codesta sua abilità, quando si trovò di fronte la corpulenta fisionomia del giovane Pujol, pallido e un po’ triste, il quale sosteneva di essere un vero fenomeno con una particolarità che sarebbe diventata l’argomento del giorno in tutta Parigi, chiese senza prestargli troppa attenzione, già con l’idea di mandarlo via: “E quale sarebbe questa vostra particolarità?”. “Vede signore”, puntualizzò il visitatore spiegandosi con tono serio e onesto, “io posso respirare con la parte opposta al mio viso”. “Come sarebbe?”, disse Zidler ancora gelido e distaccato. E l’altro, come un professore a scuola: “Vede signore, i miei muscoli hanno una tale elasticità che io posso, con la mia parte posteriore, aspirare e respirare come voglio”. “Che cosa?...”, l’impresario non credeva alle sue orecchie. E Pujol continuando: “Stavo dicendo che grazie alla mia provvidenziale funzione io posso assorbire qualsiasi quantità di liquido. Ma non è tutto – soggiunse il fenomeno – posso assorbire aria e farla defluire attraverso una gamma di suoni fra i più vari, e questa è la vera particolarità del mio fenomeno”. “Quindi voi riuscireste anche a cantare con…”, fece Zidler che cominciava finalmente a comprendere. “In un certo qual modo, sì, signore”. “Bene, fatemi sentire”. E qui ebbe luogo innanzi al signor Zidler, esterrefatto, l’audizione più incredibile alla quale mai impresario abbia assistito. L’uomo annunciava uno per uno i suoi suoni: “Tenore… Baritono... Basso... Soprano leggero… Ed ora, vocalizzi...”. “Ed un suono che si possa intitolare la suocera, l’avete?”, chiese Zidler. Pujol sembrò rifletterci un attimo e poi, con la soddisfazione di aver trovato la chiave adatta, disse: “Eccolo”, ed eseguì. Rapito, l’impresario non perdette tempo e ingaggiò il miracolo vivente su due piedi. In breve la sua fama divenne internazionale, tanto da incuriosire e richiamare personalità da tutto il mondo e da meritarsi una paga giornaliera pari a quella di Sarah Bernhard.
Raccontando di quel tempo, lo scrittore Marcel Pagnol, che fu anche apprezzato regista cinematografico, scrisse che i botteghini registravano incassi formidabili: la più grande attrice dell’epoca, appunto la Bernhard, in una serata raggiungeva gli ottomila franchi; la Réjane settemila; ma c’era “un artista comico al Moulin Rouge che in una sola domenica raggiunse l’incasso record di ventimila franchi”. Anche Yvette Guilbert (famosa chanteuse ingaggiata da Zidler) ne parla nelle sue memorie: “La più straordinaria esplosione d’ilarità l’ho sentita al Moulin Rouge, un’ilarità che spesso raggiungeva punte inaudite d’isteria”.
Un amico del Café Concerto, Jacques Charles scrisse: “Durante l’esibizione del Petomane la gente in sala letteralmente si torceva. Le donne, svenute nei loro corsetti troppo stretti, venivano trasportate fuori per essere rianimate da premurose infermiere che la direzione aveva disposto nella hall, pronte ad accorrere”. Pare, insomma, che il Moulin Rouge non abbia mai conosciuto delirio simile.

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Qui di seguito riportiamo uno stralcio, egregiamente commentato da un autorevole scrittore, della biografia che uno dei quattro figli di Pujol compose in omaggio all’arte paterna.
Il figlio, con una pietà filiale per nulla turbata dal dissacrante atto paterno, ha tracciato una piccola biografia dell’artista, con tale serietà da risultare commovente. Ci racconta le vicissitudini alle quali Pujol andò incontro per realizzare se stesso, per esempio l’abbandono del posto sicuro per raggiungere, attraverso l’incerto cammino dell’arte, la sua naturale vocazione, poi il successo a Parigi e infine la gloria. Attraverso le parole del figlio possiamo farci un’idea di come si svolgeva il numero dell’esimio: “Mio padre incominciava con una serie di piccoli suoni, ad ognuno dei quali dava un nome ¬– Questa è una bambina, questa è la suocera, questo è un merciaio che strappa una pezza di mussolina, questo è un cannone, questo è il tuono... – Quindi scompariva per un attimo tra le quinte e ritornava con inserito, nei pantaloni, un tubo di gomma rosso. L’altra estremità la teneva tra le dita e vi applicava alla punta una sigaretta che accendeva. Con la contrazione dei suoi muscoli particolari egli la fumava e si vedeva la sigaretta brillare quando veniva aspirata. Alla fine egli toglieva la cicca dall’estremità del tubo di caucciù ed espelleva il fumo che vi aveva fino a quel momento trattenuto. Poi applicava al tubo un piccolo flauto e suonava un paio di motivi come Le roy Dagobert e naturalmente Au clair de la lune, quindi invitava il pubblico a cantare in coro insieme a lui”. Come potete vedere da queste poche righe l’ammirazione per l’artista non ha confini nel cuore d’un figlio.
Dalla stessa biografia si viene a sapere che Joseph Pujol dette anche spettacoli privati per soli uomini. In queste occasioni si presentava in costume da bagno in modo che i miscredenti potessero verificare che non vi fossero trucchi. Una sera ebbe l’onore di annoverare tra i suoi uditori persino il re del Belgio in incognito. “So che siete stato di recente a Bruxelles – gli sussurrò Leopoldo II – e che avete avuto un gran successo. I miei sudditi vi adorano e si sono molto divertiti con voi. Io li ho invidiati, e siccome non posso muovermi in privato a casa mia, eccomi qui a vedervi, in privato, a casa vostra”.
La vita scorse felice per Joseph Pujol durante gli anni della Belle Epoque fino al 1914. Dopo aver lavorato con Zidler, inaugurò un suo teatro, il Théâtre Pompadour, ma fu costretto a chiuderlo: la guerra purtroppo interruppe brutalmente la sua carriera. Scrive ancora il figlio biografo: “Dopo l’armistizio del ‘18, mio padre era così amareggiato dalle avversità e dai guai che non ebbe cuore di riprendere la carriera artistica”, tornando ad impugnare la pala del fornaio, suo originario mestiere.
Pujol morì nel 1945 quasi novantenne. “La facoltà di Medicina offrì venticinquemila franchi per poter esaminare il suo corpo dopo la morte – è sempre il figlio che scrive – mio padre pensando a quanto fosse utile per noi quella somma dette il suo consenso. Ma nessuno di noi firmò quell’autorizzazione che avrebbe aggiunto un’altra pena alla nostra pena di aver perso un uomo come lui. Morì in serenità. Nel corso della sua vita egli aveva dato il meglio di se stesso”. (fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, febbraio 2009



venerdì 16 luglio 2010

Ali Khan sposa Rita Hayworth



La STORIA






La favola breve tra il principe e la stella





C’era una volta una donna bellissima, e naturalmente c’era anche un giovane principe ricchissimo… Questi ricordi dovrebbero cominciare proprio così, come la più classica delle favole, ma per confermare che non si tratta di una fiaba di H. C. Andersen né dei fratelli Grimm, diciamo subito che non vissero mai felici e contenti.
Lei si chiamava Margarita ed era la figlia di un ballerino di flamenco, nata a Brooklyn dove papà Eduardo si trasferì dall’Andalusia per aprire una scuola di ballo e perché i teatri della vicina Broadway offrivano più opportunità di lavoro e quindi una maggiore stabilità economica. Lui si chiamava Ali, ufficiale della Legione straniera, principe ereditario dell’imam, Sultan Mohammed Shah, più noto come Aga Khan III, che – a differenza del futuro suocero iberico – non dovette mai affrontare il nauseabondo problema di gestire una precaria stabilità economica; piuttosto ebbe qualche grattacapo sulla stabilità della propria residenza, avendo ville sparse in tutta Europa e naturalmente in India. I due giovani erano entrambi già sposati, lei addirittura due volte. Ma l’amore, si sa, è una insana potenza irresistibile a cui si cede volentieri. Se però ci si sofferma sul particolare – affatto secondario – che lei già si faceva chiamare non più Margarita Carmen Cansino ma già Rita Hayworth, si comprendono meglio i motivi che spinsero Ali Khan a cedere al sentimento.
Rita già era stata la conturbante lady di Shanghai (1947), l’affascinante Gilda (1946), l’appassionata Donna Sol di Sangue e arena (1941), e non s’era fatta mancare avventure sentimentali, anche se le furono attribuiti come flirt pure le amicizie più innocenti.
A Hollywood il mito di Rita sembrava in declino: così si diceva negli ambienti cinematografici. Nonostante il successo del film The Lady from Shanghai, diretto da Welles, l’immagine sensuale dell’atomica rossa cominciò a sgretolarsi e gli agenti della Columbia Film si preoccuparono seriamente. Il matrimonio con Orson Welles, sposato nel 1943, dopo la nascita di Rebecca, pareva essere entrato in una fase di apatia coniugale. Si ordì quindi una vera e propria congiura ai danni della vita privata della Hayworth. Fu assoldata Elsa Maxwell – famosa giornalista dell’epoca dalla penna affilata come un rasoio, maga del pettegolezzo tra le star del cinema – per studiare un piano che facesse gridare ai rotocalchi di tutto il mondo il nome della Dea dell’amore, affinché ritrovasse nuovi echi di successo. La Maxwell, dalle sembianze tutt’altro che attraenti, venne a sapere che il giovane Khan, abile e spavaldo corteggiatore, nuotava in acque coniugali piuttosto torbide. Si consultò immediatamente con quelli della Columbia, i quali proposero alla bellissima Rita un viaggio promozionale in Costa Azzurra. Lì, non proprio casualmente, l’attrice incontrò il principe e… la situazione sfuggì di mano a tutti. Lei splendida, lui affascinante: un colpo di fulmine, e nel giro di poche ore li videro scomparire insieme per tre giorni e tre notti.
Nessuno più seppe dove e come rintracciare la Hayworth. Il principe diede ordine ai suoi sudditi di non far trapelare nulla (e quando un indiano si mette a fare l’indiano!). La stessa diva, infatti, confesserà anni più tardi: “Quando ci sposammo ero incinta già di due mesi”. A causa di tanta passione, il 18 gennaio del ’49, allo Chateau de l’Horizon, la superba residenza vicino a Cannes di proprietà dell’imam, il principe Ali Khan organizzò una conferenza stampa per annunciare le nozze con la famosa attrice. “Dovrà essere un matrimonio celebrato secondo la religione maomettana – precisò il principe – e secondo le leggi del paese in cui ci sposeremo. La signorina Margarita non è maomettana e non credo che vorrà abbracciare la mia religione, ma gli eventuali figli dovranno farlo”.
“Un matrimonio, un matrimonio vero”, gridò entusiasta, dall’altra parte del pianeta, Elsa Maxwell, le cui prospettive migliori non andavano al di là dell’ennesimo flirt (magari costruito ad arte da fotografi e giornalisti). La notizia era ghiotta, da condire appena e da sfruttare appieno: quindi, sempre d’accordo con i marpioni della Columbia Film, sparse voce che l’attrice aveva già firmato un contratto per un nuovo lungometraggio e che sarebbe dovuta rientrare subito in California. Ma non si diventa imam a caso: l’Aga Khan in persona, durante un’intervista rilasciata a un quotidiano inglese, approvando le nozze del figlio con l’attrice, in due parole smentì la Maxwell e la produzione.
L’attrice non si fece mai vedere durante gli annunci ufficiali. Ai giornalisti che la reclamavano, il principe diceva che era ammalata d’influenza. E la Maxwell non perse occasione per malignare: in verità era ben cosciente di aver trovato un muro invalicabile dove persino i suoi informatori non avrebbero potuto carpire alcuna esclusiva. Non le restò che provocare il padre di Rita, rimasto a New York; ma anche lui non le diede grandi soddisfazioni: “Chiariamo: per conto mio dovrò lavorare come prima. Per me va bene, purché mia figlia possa essere felice. Un principe indiano favolosamente ricco, come genero, non sarà meno piacevole di quell’intelligente ragazzo di Orson Welles”.
Già, Orson Welles! Perfino lui era propenso alle nozze di sua moglie con il principe, se non fosse che Rita era ancora sua moglie a tutti gli effetti. Sì, è vero, avevano già avviato le pratiche per la separazione, ma queste cose burocratiche, si sa, vanno sempre per le lunghe. E anche il principe Ali Khan era nelle stesse identiche condizioni con la consorte Joan Guinness, figlia di un lord inglese, dalla quale però viveva separato già da tre anni. Ma sussistevano altre due differenze determinanti: Ali era figlio dell’imam (il capo religioso di venti milioni di musulmani) mentre Rita non era figlia del papa; Ali era ultramiliardario mentre Rita era soltanto moderatamente ricca. Infatti il principe in meno di sei settimane riuscì ad ottenere una straordinaria sentenza di divorzio in cui era chiaro che la signora Guinness rinunciava agli alimenti e ai figli che furono affidati al padre. L’8 aprile Ali, infatti, avrebbe potuto già comunicare la data delle nozze ma preferì una certa cautela perché dall’altra parte gli avvocati non riuscivano a mantenere lo stesso ritmo procedurale dei suoi. Chissà perché! Ali e Rita annunciarono che il loro matrimonio si sarebbe celebrato a metà maggio, senza specificare un giorno preciso. “Allo Chateau de l’Horizon”, disse lei sapendo che l’Aga Khan aveva già destinato la sfarzosa residenza di Cap d’Antibes alla giovane coppia.

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Un intralcio doloroso, anch’esso legato in qualche modo alla sfera sentimentale, capitò pure sulla strada di Ali e il matrimonio subì un ulteriore ritardo. Occorre, a questo proposito, ricordare ai lettori le passioni sportive del principe e il suo attaccamento a questo mondo: sci e cavalli sopra tutto il resto, discipline d’élite e aristocratiche che lo vedevano spesso protagonista a Cortina o agli ippodromi inglesi (vinse oltre cento concorsi ippici). Ma il principe era nato a Torino nel 1911 da madre italiana e, proprio in quella città, nell’immediato dopoguerra, c’era una squadra di calcio amata da tutta Italia (anche quella meno sportiva), e stimata da tutto il mondo; una formazione che soltanto i tifosi di Totti e Kakà (forse troppo distanti dall’autentico valore che il calcio espresse in quel periodo) probabilmente ne ignorano l’assoluta invincibilità morale più che agonistica. Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II erano gli undici moschettieri al servizio di un’altra Italia pronta a rinascere, unita (quella sì, davvero unita!), pronta a lasciarsi alle spalle, grazie alle loro imprese, i dolori e i sacrifici della guerra; di un altro calcio giocato (non solo con i piedi), sentito (non soltanto alla radio), un calcio educato ed eroico quello del quale fu simbolo il Grande Torino di Valentino Mazzola. Vinsero cinque scudetti consecutivi dal 1942 (quindi lo stop imposto dal conflitto mondiale) al 1949. Fu la squadra che riportò l’entusiasmo patriottico dopo anni di stenti, la squadra che se dalla guerra non fosse stata sospesa avrebbe vinto il campionato per l’intero decennio. Non si poteva non sentirsi galvanizzati da quel Grande Torino. Non si poteva non amare l’unica formazione della storia che per dieci undicesimi rappresentò la nazionale italiana. Da Venezia a Genova, da Milano a Palermo tutti ascoltavano alla radio le imprese eroiche dei loro idoli. E quando, all’alba del 4 maggio 1949, di ritorno da una trasferta a Lisbona, l’aereo che li riportava in patria si schiantò sulla collina di Superga, fu una tragedia infinita. Tutta Torino, tutto il mondo sportivo, tutta Europa ne fu scossa. Indro Montanelli scrisse il 6 maggio, in una memorabile terza pagina, di aver visto singhiozzare un’infinità di ragazzi per le vie di Milano, di averli visti a gruppi leggere il giornale stringendo tra le mani le figurine stropicciate dei loro moschettieri in casacca granata.

***

La sciagura di Superga richiamò l’attenzione di tutti: cisalpini e transalpini. Forse soltanto Margarita Carmen, cresciuta tra l’arte coreutica a Broadway e quella del grande schermo a Hollywood, restò interdetta dell’imponente eco che la tragedia suscitò. Probabilmente un pensiero – dalle contorte radici che affondano nelle credenze popolari andaluse – cominciò a balenare nella sua mente: questo matrimonio non s’ha da fare! Ma il frutto di quella passione, che prese poi il nome di Yasmine, si fece sentire proprio in quell’istante e ciecamente lo discacciò. Potrebbe essere stato questo il motivo per cui all’improvviso si venne a sapere che appena pochi giorni dopo (il 27 maggio) “colei che è stata designata come la più bella donna del mondo – raccontò Orio Vergani, inviato davvero speciale del Corriere della Sera – la Venere del Novecento, la mascotte dei soldati americani nella guerra mondiale, la Gilda che ha rappresentato, in un certo modo, una confortante bandiera di bellezza nelle ore di riposo degli eserciti affaticati ed insanguinati, dirà di sì al sindaco di Vallauris” che le chiederà ufficialmente “Volete voi, signorina Margarita Carmen Cansino, unirvi in matrimonio al qui presente principe Ali Khan?”
E così fu.
E fu così che intanto, già il giorno precedente alla cerimonia, il nostro cronista d’eccezione raggiunse la Costa e si spinse alle soglie dell’inviolabile e superba residenza dell’Aga Khan, che decine di inservienti silenziosissimi stavano addobbando a festa: valanghe di fiori ovunque negli interni e nei giardini, nelle fontane e tra le statue; lungo i viali piante tropicali seguivano il declino verso il mare, e laggiù una darsena e il porticciolo dov’erano ancorati i grandi motoscafi di Ali. “Io ho pensato – onore alla penna di Orio Vergani – che la miglior tattica fosse quella di considerare lo Chateau de l’Horizon come casa mia e di entrarvi pacificamente, leggendo il giornale e fermandomi, anzi, ogni tre o quattro passi, come se leggessi qualche notizia estremamente interessante…” Leggere solitariamente un quotidiano e far finta di porgere la propria attenzione alla carta stampata piuttosto che alle magnificenze esibite dall’imam per le nozze di suo figlio – diciamolo – potrebbe pur essere una delicatezza nei confronti di quei padroni di casa soliti nel manipolare rubini e smeraldi come noi trattiamo i ceci. Infatti, continua Vergani: “I doni arrivano a Rita e ad Ali con un fasto e un’abbondanza di cui essi non hanno certamente bisogno, ma che sono, in ogni modo, una cara testimonianza di amicizia... un sacchetto di tela della misura d’un normale sacchetto di caramelle, pieno di pietre preziose, sciolte, messe lì dentro con la bonarietà con cui, per uno scherzo, si metterebbero delle manciate di grossa ghiaia; e Ali ha deposto con un velo di amabile noncuranza il sacchetto su un mobile, dove è rimasto abbandonato per quasi tutto il giorno.”
Addentrandosi poi in un ambiente più elitario, il nostro cronista puntò verso uno scalone che affacciava sul mare: lì trovò “…il principe Ali. Era vestito con una tuta di tela azzurra, come un meccanico di corse automobilistiche: aveva un piccolo fazzoletto di seta a disegni di cachemire al collo, pantofole di tela marron legate con stringhe bianche… Parlava amabilmente con un ufficiale inglese venuto da Londra a salutarlo, un vecchio compagno d’arme… parlavano di un quadro rappresentante un concorso ippico. Egli diceva che non aveva ancora deciso se acquistarlo o no.”
Poi all’improvviso, dall’alto di una terrazza sospesa, una voce di donna richiamò un cane e l’emozione del cronista ebbe un sussulto: “Avrei potuta vederla facendo forse appena qualche passo più avanti ma evidentemente era scritto che la parte migliore fosse riservata all’indomani”.

***

Eccoci all’indomani. Perdonino gli amanti delle fiabe se il cronista Vergani ha attinto da queste per la descrizione che segue. “Trionfi simili si vedono solo nelle riviste di grande spettacolo… eppure non era quella che vedevamo una finzione scenica; era una parte viva della vita. Vero era il cielo azzurro, veri i palmeti, veri i cortei d’automobili, veri erano i maragià, vere le dame indiane vestite come nelle antiche miniature, veri i misteriosi personaggi orientali vestiti con neri e bianchi mantelli come gli sceicchi dei film di Rodolfo Valentino, vere le bellissime europee arrivate, con carni giovani o nascostamente antiche, profumate di squisite essenze, dalle più belle ville del mondo; veri i pittori celebri scesi dai loro studi di Parigi, vere le principesse e i principi, verissime le infinite canestre d’orchidee, verissimi i grandi fasci di fiori galleggianti sul mare, vero lo sposo, bruno e disinvolto che parla cinque lingue e persino il piemontese; vera la sposa che, senza essere forse proprio la più bella donna del mondo, è certamente un perfettissimo campionario di quegli attributi di grazia… Ali è arrivato due minuti prima delle 11 sulla sua macchina americana, targata GB 3434 TT8X. Guidava lui, vestito con giacchetta nera e garofano all’occhiello… E adesso dovrei dire come è la bellezza di Rita Hayworth, vista, come l’abbiamo vista al matrimonio e poi al ricevimento, a pochi centimetri di distanza e non sullo schermo del cinematografo… Rita sa, e non lo nasconde, di essere coronata, prima che dalla corona dei Khan, da quella di una straordinaria bellezza… Quella di Rita è la bellezza di una magnifica domenica di primavera. Se dovessimo paragonarla a un fiore, più che alla gardenia o alla rosa o all’orchidea, la paragoneremmo a una bellissima ortensia… Oggi era la giornata del sorriso e Rita doveva sorridere infaticabilmente a tutti… nel mio diario segreto scriverò che Rita Hayworth ha dovuto sorridere anche al sottoscritto…”.
Il giorno seguente furono celebrate, alla chetichella (e non solo per la stanchezza dei precedenti bagordi), le nozze musulmane, ma la notizia trapelò e raggiunse subito il Vaticano: e se l’imam fu ben lieto di avere come nuora la donna più bella del mondo, il papa non gradì che la donna più bella della cristianità esibisse un cattivo esempio. Anche Pio XII, nonostante avesse già manifestato una sconveniente simpatia germanica, non nascose un più sano debole per la Hayworth: vada per la bomba atomica in bikini, vada per il guanto nero sfilato con sensualità, vada per gli ancheggiamenti lascivi dedicati all’Amado mio, ma sposa a un musulmano no! Dichiarò ufficialmente “non esistente” quel legame, in quanto la diva, battezzata, non aveva celebrato le nozze secondo il rito cattolico. “I due per la Chiesa – secondo una celebre nota della Santa Sede – vivono in stato di pubblico concubinaggio. Il fatto che essa si sia sposata secondo il rito di quella religione la fa incorrere fin d’ora nella scomunica.”
E così fu.
Inoltre il matrimonio creò a Rita una sorta di ostracismo in patria; Elsa Maxwell, offesa per non essere stata invitata alla cerimonia, le tolse il saluto e con essa la stampa tutta si raffreddò nei suoi confronti; la Federazione delle donne americane decise di boicottare i suoi film; insomma, cominciò il vero declino che naturalmente non vogliamo raccontare per continuare a ricordare Rita Hayworth al meglio del suo splendore. Come compete soltanto a una stella. (fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, ottobre 2009



martedì 6 luglio 2010

La giovinezza di Giambattista Vico



La STORIA





Il rifiuto del cardinale e l'anello sacrificato






Gli scrittori e gli studiosi che trattano argomenti meno popolari e meno superficiali di quelli che riscuotono immediato e facile clamore possono trarre una buona dose di conforto da questo episodio. Non è vero, infatti, che il passato sia pieno di soddisfazioni straordinarie e subito riconosciute tali e, di conseguenza, non può esser vero nemmeno che soltanto ai giorni nostri ci dobbiamo accontentare di soddisfazioni più a buon mercato. Non credano costoro che i nomi che oggi costellano un mitico Olimpo abbiano avuto un cammino facile solo perché essi erano essi: certamente son divenuti “qualcuno”, hanno conquistato un posto nella storia, sì, ma col tempo; resistendo a difficoltà insormontabili, spesso superate soltanto dall’abbrivio della loro fama raggiunta post mortem. Riflettano costoro che il ricordo è sempre una riproposta equivoca della realtà che fu; è, cioè, la rappresentazione dell’evento ripulito di ogni scoria, di ogni addentellato contingente, quando non è, addirittura, la rappresentazione di quello che noi vogliamo che fosse e non lo fu.
Questa introduzione è il miglior modo per rievocare un personaggio tra i più ingiustamente trascurati della nostra cultura: il filosofo Giambattista Vico che il fato, apparentemente avverso, aiutò più volte a forgiare il suo lungimirante pensiero. Nacque a Napoli nel 1668 da un padre “di umore allegro” e una “madre di tempra assai malinconica”, come è scritto nella biografia: “onesti parenti”, definizione che indicherebbe lo stato di una scarsa agiatezza economica. Figlio di libraio, e con altri sette fratelli, il piccolo Giambattista imparò a leggere assai precocemente, ma all’età di sette anni un ruzzolone dall’alto d’una scala gli procurò una grave frattura al capo che lo lasciò privo di sensi per circa cinque ore: “talché il cerusico, osservato rotto il cranio e considerando il lungo sfinimento, ne fe’ tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvissuto stolido”. Profezia che si rivelò del tutto infondata: sia nel primo, che nel secondo caso!
A causa di quella caduta fu costretto a rinunciare alla scuola per tre anni. Lontano dalle lezioni continuò a leggere e a studiare e, quando riprese a frequentare un istituto, si capì immediatamente quanto le sue capacità d’apprendimento fossero maggiori rispetto a quelle dei compagni suoi coetanei; tanto che il padre, intuendone l’indole, lo invitò a seguire i corsi delle classi superiori. Fu lo stesso alunno prodigio a convincere i docenti che l’avanzamento sarebbe stata la scelta più ovvia e opportuna. Quindi passò alla scuola dei Gesuiti dove optò per gli studi filosofici e di diritto canonico. Vedendolo così incline alle materie letterarie e giuridiche, fu mandato presso il tribunale di Napoli “ad apprender meglio la tela giudiziaria”.
Un altro episodio, sempre dovuto al caso, fu determinante per la formazione di Giambattista Vico, il quale, per abitudine familiare, andava spesso a frugare in libreria, e non solo in quella paterna. Capitò che, in una di queste, si trovò al cospetto di uno tra i più esimi giureconsulti dell’epoca, tal monsignor Geronimo Rocca, vescovo d’Ischia. Lo riconobbe, si presentò, e tra i due nacque improvvisa una pacata discussione: l’alto prelato restò affascinato dal ragionamento del giovane sul metodo d’insegnare la giurisprudenza; il suo entusiasmo per quell’arguto studente universitario s’accese a tal punto da proporgli di andare a far da precettore ai suoi nipoti in un castello nel Cilento, dal di lui fratello, il marchese Domenico Rocca. Il lungo soggiorno a Vatolla, sulle colline a pochi chilometri da Agropoli, regalò a Vico la possibilità di poter visionare l’immensa biblioteca di quell’aristocratica famiglia: un patrimonio culturale che divenne allora la base per la formazione vichiana, e oggi è il centro intorno al quale è nata la Fondazione G. B. Vico a Palazzo De Vargas.
Al castello di Vatolla, ora, si giunge percorrendo una strada intitolata alla Scienza nuova, l’opera più prestigiosa di Giambattista Vico, a cui naturalmente è dedicata la piazza principale del paese, sulla quale si affaccia Palazzo De Vargas. Ma è da lì che il suo pensiero filosofico mosse i primi passi e dunque non sarebbe un errore ipotizzare un cammino inverso lungo via della Scienza Nuova che proprio in quella piazza segnò, per il filosofo, il punto di partenza verso la gloria umanistica.
Quando, nel 1725, Vico s’apprestava a terminare la prima versione della Scienza (quella conosciuta col titolo di Scienza nuova in forma negativa, due volumi manoscritti andati purtroppo dispersi), si affrettò a individuare un personaggio illustre e ricco a cui dedicarla; ben sapendo, secondo le consuetudini dell’epoca, che chi avesse accettato tale onore (in questi casi le lodi da parte dell’autore si moltiplicavano a secondo delle necessità!) si sarebbe impegnato tacitamente a fronteggiare le spese di stampa. Chiacchierando con Bartolomeo Intieri, un erudito fiorentino di chiara fama, la scelta cadde su monsignor Lorenzo Corsini, quell’anno già cardinale-vescovo di Frascati, oltre che presidente del Supremo Tribunale Apostolico, oltre che tesoriere generale e governatore di Castel Sant’Angelo, il quale nel dicembre 1725 fece pervenire all’autore della Scienza nuova risposta affermativa. Trascorsi sette mesi e terminata l’opera, Vico “sollecitò o fece sollecitare il Corsini ad adempiere la sua implicita promessa”. Ma la risposta – datata Roma 20 luglio 1726 – non fu quella che Vico s’aspettava. Così scrisse il cardinale:

Illustrissimo Signore, nella visita, ch’io feci ultimamente nella mia diocesi di Frascati, mi occorse di metter mano a molte esorbitanti spese, per le quali ho dovuto poi restringere alcune altre, che qua prima io soleva usare con qualche sorta di larghezza. Su questo confidenzial motivo, che apro alla buona estimativa di V. S., mi riprometto il di lei cortese compatimento, se non ho modo, come per altro bramerei, di secondare la Sua istanza. Gradirò bensì, ch’ella me ne porga l’adeguato compenso, coll’impiegarmi in altre occasioni di Suo vantaggio; e le auguro infine ogni maggior prosperità.

Il determinato rifiuto del cardinale ferì il filosofo più duramente di quanto avesse già provveduto, molti anni prima, il ruzzolone scaligero: questi, infatti, cadde in un periodo di grande sconforto e disperazione. Ma nessun signore è più signore di un napoletano, quand’esso sia d’animo puro. Vico, anche se a malincuore, si rimise a lavoro, e dei due manoscritti ne fece una sostanziosa riduzione; e sentendosi in dovere di onorare la propria parola, si guardò bene dal cancellare la dedica a Sua Eminenza. Il 1730 vide la luce della Scienza nuova prima, che l’autore portò autonomamente ai torchi di stampa sacrificando un prezioso anello familiare.
A margine della lettera cardinalizia, Vico appuntò a malincuore queste parole: “Lettera di Sua Eminenza Corsini, che non ha facultà di somministrare la spesa della stampa dell’opera precedente alla Scienza nuova: onde fui messo in necessità di pensar a questa [cioè alla nuova stesura] dalla mia povertà, che restrinse il mio spirito a stamparne quel libricciuolo, traendomi un anello che avea, ov’era un diamante di cinque grani di purissima acqua, col cui prezzo potei pagarne la stampa e la legatura degli esemplari del libro, il quale, perché mel trovavo promesso a divulgarlo, dedicai ad esso signor cardinale.”
Proprio quell’anno, Lorenzo Corsini, divenne papa Clemente XII e si ritrovò, non certo per meriti, dedicata un’opera tra le più illuminate del nostro panorama culturale. Chissà se fu per liberarsi d’un peso morale, o di un senso di colpa sollecitato dall’Altissimo, che durante il suo papato abbellì Roma d’importanti architetture. L’anno successivo, infatti, il pontefice impose la messa in opera di un famoso progetto (ormai già centenario) del Bernini che rappresentava la storia dell’Aqua Virgo: la fontana di Trevi. E non soltanto: fece restaurare l’Arco di Costantino e ordinò l’edificazione di un nuovo monumentale palazzo sul colle del Quirinale, la Consulta.
Vico, intanto, speranzoso che la dedica avesse suscitato nel novello papa l’orgoglio del riscatto, e che costui volesse davvero impiegarsi – come scrisse nella lettera del 20 luglio 1726 – in altre occasioni a suo vantaggio, gli inviò una supplica per il figlio Gennaro affinché “potesse seguire il padre nella carriera degli studi e, insieme, aiutarlo a mantenere la famiglia”: ovvero – chiese Vico – un assegno annuo fisso, in cambio di benefici ecclesiastici, che naturalmente si condensavano in approfondimenti d’erudizione testimoniati da saggi e trattati filosofici oltre che canonici. Anche quella risposta fu negativa.
Se il lupo perde il pelo, il porporato (quando diviene papa) lascia l’abito rosso; entrambi, però, continuano ad accarezzare il vizio!(fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, dicembre 2009



domenica 28 febbraio 2010

Il poeta? Tumulato in biblioteca




Due serate con l’autore e la sua raccolta di poesie

Bischizzi

Giovedì 4 marzo h 19.00
Palazzo Baronale
Via Convento – Sorso

e

Venerdì 5 marzo h 18.30
Salotto delle Messaggerie Sarde
Piazza Castello, 11 – Sassari



Il poeta? Tumulato in biblioteca

Divertissement della Compagnia

La Corte dei Miracoli

Liberamente ispirata alle poesie di
Fausto Nicolini

con

Luigi Canu, Miriam Era, Clelia Mongiu, Andrea Bebbu


Regia di
Donatella Sechi


e la partecipazione di
Fidalma Boninu
Francesca Berardo
Alessandra Leoni
Gian Marco Luciano
Martina Maggi
Andrea Mereu
Gabriele Ortu
Marta Vacca
Elena Serra
Vera Vogel



Acconciature e trucco: L’Alba


Organizzato da Progetto “Ottobre in Poesia”, Le Messaggerie Sarde, La Corte dei Miracoli e Industri Arte

Con il patrocinio dei Comuni di Sassari, Sorso e Tissi



Per maggiori informazioni contattare Donatella Sechi: matemax@tiscali.it, cell. 3687512173



venerdì 12 febbraio 2010

Il Regista è un interprete, chiamato Visconti


La STORIA






Luchino, una maniera
di concepire il teatro






La platea era quasi buia. Le poltrone erano ricoperte da enormi teloni grigi che per la leggera ondulazione causata dai filari degli schienali, regalavano un’atmosfera lunare. Soltanto tra l’ottava e la decima fila, a destra del corridoio centrale, un ampio ripiano di legno, rivestito da un panno nero, ritaglio di una quinta in disuso, era adibito a tavolo di regia, sul quale un cono di luce molto corto, proiettato da una lampada elettrica, indicava che si stava provando. Il riverbero faceva intravedere una bottiglia d’acqua, un bicchiere e più in là due pacchetti di sigarette ancora sigillati. Sulle poltrone adiacenti, appena scoperte dalla tela ripiegata su se stessa, un cappotto gettato nella penombra.
Lui, il grande regista, era seduto, spalle all’ipotetico pubblico, in ribalta al centro del palcoscenico. La sua voce roca era un suono che trasmetteva tranquillità. Parlava, dava ordini, suggerimenti, spiegazioni, tutto secondo una logica visiva. Non si poteva immaginare altro quando Luchino tracciava con le parole il senso di una scena, non si poteva supporre una soluzione differente dalla sua. A ben guardare sembrava parlasse al vuoto, ma di tanto in tanto, un accenno di movimento faceva intuire che quelle silhouette stampate sul fondo fossero attori e non manichini.
Accanto a lui, un secchio. All’interno del quale un grumo di segatura bagnata emanava un odore acre. La mano del regista rimaneva sospesa sopra il secchio e bastava uno scatto del pollice per far staccare la cenere dalla sigaretta che morbida cascava silenziosa come se non volesse interrompere il discorso. Luchino era lì intento a smussare quegli spigoli che inevitabilmente si creano tra un personaggio e chi lo interpreta con parole leggere e precise, come il sottile segno del fumo che si stagliava in controluce salendo dalle sue dita.
A un certo punto il grande regista lasciò cadere la cicca ancora accesa che emettendo un impercettibile lamento diede il segnale che la spiegazione era terminata. Batté forte le mani e il rimbombo s’avvertì fin sopra l’ultimo ordine dei palchi, laddove i fantasmi di Mirandolina, di Zio Vanja, di Olga, di Eddie Carbone erano rimasti in ascolto per comprendere un po’ meglio se stessi, e alzando appena il tono della voce, disse: “Cominciamo”. Fu allora che sul palcoscenico si riconobbero le fisionomie di Paolo Stoppa, di Rina Morelli, di Sergio Fantoni, Ilaria Occhini, Corrado Pani e non solo. Qualcuno sparì dietro le quinte, altri presero posizione in scena, e quando un lungo fischio acuto partì dal di fuori, la signora Occhini si precipitò giù per una scala di ferro, seguita da alcuni suoi colleghi. In alto rimasero alcune donne urlanti. La spazio scenico si riempì di personaggi che scappavano e s’inseguivano, e il baccano aumentava. Visconti, rimasto seduto in proscenio, seguiva ritmi e movimenti con l’ondulazione del busto e impartiva ordini con gli sguardi e soprattutto con grandi gesti delle braccia come un direttore d’orchestra. Gli attori con la coda dell’occhio riconoscevano quelli a loro indirizzati ed eseguivano all’istante. Continuando a sottolineare le azioni e le reazioni con smorfie crudeli, protendendosi alle donne sulla balconata, all’improvviso irruppe a gran voce: “Dai, dai, più forte. Piangere, piangere più forte. Aiutatevi con il corpo. Non state girando un film, non c’è una telecamera che v’inquadra da vicino e rimanda le vostre espressioni ingigantite agli spettatori tramite lo schermo. Siamo a teatro dove si richiede una partecipazione collettiva e completa. Dovete celebrare ogni sera un rito in pubblico con i vostri fedeli. Piangere.”
Era il 1959. Si stava provando una delle ultime scene di Uno sguardo dal ponte che la compagnia Morelli-Stoppa si apprestava a riproporre dopo la pausa estiva. Visconti aveva intuito che la commedia di Arthur Miller gli avrebbe portato una rivincita, gli avrebbe restituito la palma del trionfatore. E così fu. “Da quindici anni aspettavano un insuccesso e io li ho serviti con la trilogia della delusione”, disse nelle sue stanze, dopo le prove, impugnando un tagliacarte d’argento largo come una daga su cui erano incisi i titoli di tutti i suoi allestimenti e di tutti i suoi film. “Dopo aver firmato quaranta regie, mi pare che abbia anche il diritto di sbagliare. Lo volevano, lo speravano ed eccoli accontentati. La verità è che se lo aspettavano già da molto tempo.”
Sì, ma chi lo voleva, chi lo sperava? “Ammetto che a un certo punto possa avvenire una saturazione – confidò facendo scivolare la lama sul palmo aperto della mano, segno evidente di una sofferenza silenziosa – che possa, cioè, delinearsi una frattura tra il pubblico e l’interprete: succede in teatro come nel cinema”.
La crisi di Luchino Visconti cominciò la sera dell’11 ottobre 1958, al teatro Quirino di Roma, con la première di Veglia la mia casa, Angelo (commedia americana tratta da un racconto di Thomas Wolfe) interpretata da Lilla Brignone; poi si è aggravata con altri insuccessi: Due sull’altalena di Gibson, andata in scena a Parigi con Jean Marais e Annie Girardot, e I ragazzi della signora Gibbons (di Glickmans e Stein) proposta dalla Morelli-Stoppa. “Non è possibile presentare sempre capolavori al pubblico – riprese il regista dopo essersi accesa una “esportazione” con un fiammifero strappato da un astuccio sul quale erano stampate in caratteri dorati le sue iniziali L. V. M. – Ho sbagliato e me ne sono reso conto. Ho fermato uno spettacolo in passivo e ho sciolto una compagnia che altrimenti sarebbe andata avanti a vuoto per quattro mesi. Ma per quale motivo mettermi alla gogna?” In effetti, la delusione dei suoi spettacoli fu come la bocciatura del primo della classe. Da molti anni la sua autorità teatrale era indiscussa e le sue influenze erano determinanti: al di fuori della sua schiera di amici, Luchino – e dico Luchino perché all’epoca tutti lo chiamavano così, senza specificare il cognome; esattamente come Maria, un nome così semplice e comune che allora stette a indicare solo lei, il grande soprano, come se non fosse appartenuto e non appartenesse ad altri che alla Callas – al di fuori della sua schiera di amici, dicevo, non godeva di sincere simpatie. Non poteva goderne.
Luchino non fu soltanto un regista intelligente e raffinato, ma rappresentava un fenomeno teatrale e culturale unico, che non aveva analoghi esempi né in Italia né all’estero. Visconti era una maniera di concepire il teatro, divenne persino un modo di dire: “Sai, quello è uno che ha lavorato con Luchino…”, si sussurrava nell’ambiente per sottintendere qualunque significato, positivo e negativo. Oppure il suo nome veniva usato anche al contrario: “Pensa, quell’altro è riuscito a farsi strada senza nemmeno lavorare con Luchino”.
Visconti fu il primo in Italia a comprendere l’importanza di modificare la figura del capocomico. Insieme con Strehler, Orazio Costa ed Ettore Giannini costruirono il nuovo teatro italiano: un lavoro di “delicata ripulitura”. Grossolanamente il capocomico metteva in scena una commedia seguendo le indicazioni dell’autore, quelle scritte nelle didascalie, quando non era l’autore stesso a seguire le prove; Luchino s’impose come filtro artistico tra commediografo e interpreti, tanto da definirsi lui stesso un interprete, il primo. “Bisognava mettere ordine sul palcoscenico – scrisse – imporre agli attori una nuova disciplina, dare allo spettacolo un’impronta di verità. Soppressi la figura del suggeritore, lottai contro il vecchio vizio dell’improvvisazione, imposi orari di ferro a un pubblico ritardatario e poco rispettoso del nostro lavoro…”, innovazioni violente che non potevano riscuotere una globale simpatia.
Sin dal 1945, dal suo primo allestimento ufficiale, al teatro Eliseo di Roma, il pubblico, accorso a vedere I parenti terribili di Jean Cocteau, fu sorpreso dalla novità che, oltre all’autore e agli attori, in scena s’avvertiva la presenza di un nuovo personaggio-chiave che impostava la recitazione secondo un’interpretazione suggerita dal testo, che studiava scene e costumi, e realizzava uno spettacolo curato nei minimi particolari. Con quella regia, Visconti offriva al pubblico romano (pigro e ritardatario) la possibilità di inattesi spettacoli costruiti con gusto, cultura e meticolosità. A poco a poco sui manifesti il nome del regista cominciò ad apparire in cima, a caratteri simili a quelli dei protagonisti,:“Luchino Visconti presenta”; e in basso pure era ripetuto: “Regia di Luchino Visconti”. Era inevitabile che nascessero leggende e che queste si trascinassero molte invidie. “Sono stato spesso accusato di una ricerca esagerata del dettaglio della scenografia, dell’arredamento, dei costumi. Mi sembra un’accusa falsa perché la ricerca non è mai eccessiva. Se lo fosse schiaccerebbe il racconto, e mi pare che non sia mai successo. La necessità di avere una scenografia esatta, nasce dal desiderio di presentare un’opera storicamente credibile, una visione precisa della maniera di vivere, di agire, di comportarsi di certi personaggi immersi in un determinato mondo”. L’insegnamento di Visconti ha dato i suoi frutti: dalla sua scuola sono usciti allievi come Giorgio De Lullo, Franco Rosi, Franco Zeffirelli, Giuseppe Patroni Griffi. Tutti registi che hanno scritto la storia del teatro italiano del secondo Novecento.
Oggi c’è una tendenza inversa. Si preferiscono periodi di prove più brevi, scene e costumi meno pretenziosi; ma ciò accade – dicono – per mancanza di fondi. Sì, è vero, gli spettacoli di Visconti senz’altro erano molto costosi, ma erano anche recipienti colmi di talento. E, si sa, ogni cosa ha il suo prezzo! (fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, novembre 2009