giovedì 16 settembre 2010

Da Ferdinando IV al principe di ***



La STORIA





Vittime e carnefici del fascino della jettatura


(I parte)




La sera del 3 gennaio 1825, l’ormai anziano borbonico sovrano delle Due Sicilie, dopo aver disputato una partita al giuoco delle carte e dopo aver adempito all’impegno di ogni buon cattolico recitando le orazioni, andò serenamente a dormire. Si portava sulle spalle settantasei anni, sessantacinque dei quali da regnante: una discreta fatica! Ovvio che il popolo partenopeo, riconoscente, fosse particolarmente affezionato al suo re. Fu questo il motivo per cui, la mattina seguente – quando alle dieci un maggiordomo di Palazzo, non avvertendo ancora alcun rumore provenire dalla camera reale, scoprì il corpo senza vita di Ferdinando IV – i napoletani, appena si sparse la triste notizia, vollero ostinatamente rintracciare nell’improvvisa morte del regnante una causa soprannaturale. Re Nasone, come era nominato, la sera precedente non aveva manifestato alcun malore, dunque perché la mattina successiva non si era più svegliato? Ecco cosa si scoprì.
Da quindici anni, re Ferdinando IV, non esente da certi pregiudizi superstiziosi, continuava a rinviare l’incontro con tal Andrea de Jorio, un canonico all’epoca archeologo di chiara fama, il quale lo tormentava con la richiesta di un’udienza per presentargli un volume di cui era l’autore. Il sovrano, ben sapendo che il De Jorio fosse annunciatore di strani eventi, aveva fino ad allora resistito ma, vinto dalle insistenze di coloro che lo circondavano, i quali mai avrebbero voluto che il re cascasse in equivoci di mala creanza, accordò al De Jorio per il pomeriggio del 3 gennaio la sospirata udienza. Quella mattina, però, appena desto, vista la bella giornata, il re espresse il desiderio di voler partire per una battuta di caccia e di volersi fermare, poi, a dormire alla Reggia di Caserta, ma ne fu dissuaso: l’ennesima scortesia al buon canonico avrebbe provocato certamente qualche malumore con la Chiesa, sostenne qualcuno. Nessuno tra i consiglieri comprese che il desiderio del sovrano fosse in realtà soprattutto una scrupolosa precauzione. Il re dunque incontrò il canonico il pomeriggio del 3 gennaio, e quello fu l’ultimo giorno di cui vide la luce!
“Se non ci fosse san Gennaro in cielo, da gran tempo la jettatura avrebbe annientato Napoli; se non ci fosse la jettatura in terra, da gran tempo san Gennaro avrebbe fatto di Napoli la regina del mondo”, così Alessandro Dumas (padre) spiega il motivo per cui Napoli e la jettatura sono legate da una forza indissolubile; anche se la jettatura, com’è risaputo, ha origini molto più antiche. Il nome ci giunge dai latini che dicevano fascinum (affascinamento) per indicare il mal d’occhio, cioè l’intenzione di gittare incantamenti: ergo jettare. I greci chiamavano questa nefasta influenza, determinata dalla potenza degli occhi, alexiana, e attraverso i miti dell’Olimpo ci è stata tramandata una curiosa storia di gelosia tra Giunone e Venere, una vicenda in cui il potere degli occhi è predominante, suggerendo ai lettori sensibili a questo fascino la maniera più comune di jettare il maleficio.
Ecco come un noto giureconsulto del Settecento, Nicola Valletta, partenopeo naturalmente, la trascrive nella sua Cicalata sulla jettatura (studio approfondito sul tema pubblicato per la prima volta nel 1787): “Venere, ancora verginella, uscendo dal mare, si andava spassando con tutti gli dei, al punto da compiere con Bacco tal cosa che qui non si può dire. Intanto Giunone, giacché sterile e perciò incapace di produrre figliuoli, verde di bile e terribilmente gelosa, si trasformò in una vecchia ostetrica, con l’intenzione non di assistere al parto la bella Venere ma ammazzare il nascituro Priapetto, affascinandolo malignamente. Ed ecco che interviene Bacco che salva Priapo dalla tremenda jettatura … Sappiamo infatti che Priapo non aveva affatto piccina l’ascosa parte del corpo, innominabile per modestia, e che anzi per la enormità della proporzione … potesse allontanare i nefasti della jettatura, giacché destando riso e interesse, distoglieva gli occhi dei crudeli invidiosi”. Accadde insomma che Bacco per proteggere il suo pargolo, lo fornì al momento del parto di un membro sproporzionato – oggi lo definiremmo per l’appunto priapesco – al fine di disorientare lo sguardo mortale della crudele ostetrica, la quale, stupita o forse attratta da cotanta generosità, rimase ella stessa affascinata e impotente. Da allora e per molti secoli, l’immagine del membro maschile fu il primo emblema da opporre al malocchio: si sovrapponeva alle porte delle botteghe, delle case, delle stalle, e finanche si appendeva – come ciondolo beneaugurante – al collo delle puerpere. Da qui la riproduzione del fallo prese il nuovo significato di simbolo della fecondità, lasciando al fallico corno l’eredità di proteggere dal fascino della jettatura.
Non potendo ostentare amuleti che una società più moderna avrebbe giudicato impudichi, i napoletani, e più di loro gli abitanti dell’entroterra, usavano attaccare, nelle loro abitazioni, sulla parete di fronte alla porta d’ingresso, un paio di corna con le punte rivolte verso colui che entra, sostituite poi dal più spiritoso cornetto di corallo tipico dell’epoca nostrana da fissare sopra l’uscio, punta rigorosamente verso il basso. Questi suggerimenti, e molti altri simili, si trovano nel volume intitolato La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano dato alle stampe nel 1832 proprio da quell’Andrea de Jorio, presunto responsabile della morte di Ferdinando IV, il quale probabilmente ignorava che la fama del canonico fosse anche frutto dell’interesse letterario che legava il De Jorio alla questione della jettatura. Segno evidente che non sempre la facile credenza popolare, intorno a personaggi rinomati come portatori di malocchio, abbia valide fondamenta.
Non sempre, però, non significa mai. Infatti, soltanto prendendo accurate precauzioni (prima di affrontare certi argomenti è consigliabile davvero effettuare opportuni scongiuri), possiamo raccontare di quel principe di *** – contemporaneo del De Jorio – il quale, forse ancora oggi, detiene il primato di uomo più pericoloso di tutti i tempi. Prima di lui, è vero, si leggono sin dalle scritture latine di potenti jettatori ma nessuno poté uguagliarlo: ci fu chi riuscì con uno sguardo a spezzare un tavolo di marmo solo perché fu lodato durante un banchetto; ci fu chi mirando in cielo il volo elegante di un falco lo fulminò all’istante; ci fu chi riuscì a opacizzare lo specchio nel quale si rifletteva tutte le mattine una deliziosa fanciulla che in pochi giorni divenne pure calva. Lo stesso Nicola Valletta racconta di quando, dovendo andare dal re per chiedere un sussidio per questioni professionali, incappò in un collega che scorgendo il memoriale su cui l’erudito aveva riassunto le specifiche da presentare al sovrano, con brusca cera, sentenziò: sarà difficile. “Allora io – scrive il Valletta – monto in carrozza e mi avvio verso la Villa del Re, in Caserta. E che cosa mi capitò? Tutto quanto di male può capitare in un viaggio: acqua dirotta, vetturino avvinazzato, un cavallo afflitto da dolori reumatici e, terribile a dirsi, mentre ero per accostarmi al Sovrano, per umiliargli le mie suppliche, ecco che non trovo più in tasca il memoriale gelosamente custodito”.
Il principe di ***, dicevamo (seguendo il racconto di Dumas padre riportato nelle pagine de Il Corricolo), meno gli occhiali, la parrucca e la tabacchiera, immancabili accessori di ogni provetto jettatore, nacque con tutti i caratteri della jettatura. Ancora in fasce già mostrava connotati precisi: labbra sottili e naso uncinato. Particolari che non sfuggirono alla prosperosa balia la quale, appena il poppante le sfiorò il seno, perdette il latte; dacché la di lui madre spirò nel momento in cui mise alla luce il secondogenito. Celebrò la sua entrata in seminario con un’epidemia di tosse convulsa di cui soltanto lui, già miope e anemico, riuscì a evitarne il contagio. Seguì i corsi con gran successo, raggiungendo agli esami sempre il primo premio, tranne che in una occasione quando fu superato da un compagno che, mentre s’apprestava a ricevere la medaglia, inciampò in un gradino spezzandosi una gamba.
Re Ferdinando, sempre lui, sì, in un momento delicato del reame, intuendo che il trono fosse insidiato da un francese, certo Napoleone, annunziò che l’arcivescovo benedisse in pompa magna le bandiere borboniche in Santa Chiara. La cerimonia si preannunciava solenne: i collegi, le scuole e i seminari ebbero la concessione di mandare gli allievi più rappresentativi, i più bravi. Tutto si svolse con calma e grandiosità fino al momento della sfilata degli stendardi; fu allora che un giovane portabandiera fu colto da un colpo apoplettico cadendo stecchito davanti al nostro jettatore, il quale raccogliendo il drappo gridò: “Viva il re”. Tre mesi dopo Gioacchino Murat entrò a Napoli prendendo la reggenza dell’impero napoleonico nelle Due Sicilie.
Passeggiando per Toledo con alcuni suoi colleghi il nostro bravo seminarista magnificò le magnificenze del San Carlo descrittegli da amici più adulti, e sospirando espresse il desiderio di voler assistere all’opera anche per conoscere le belle dame che frequentavano i palchi dorati; le sue parole inopportune arrivarono alle orecchie dei precettori che lo rimproverarono vietandogli assolutamente di andare a teatro. Il principino sfidò la superbia degl’istitutori: ordinò un vestito nuovo al sarto di famiglia, affittò una carrozza e raggiunse il San Carlo: l’indomani il teatro era un mucchio di cenere.
Il giorno seguente a quello in cui entrò come novizio in un convento furono soppressi gli ordini religiosi. Un evento devastante, perché non potendo più praticare la carriera ecclesiastica, il nostro entrò in competizione con il fratello maggiore, Ercole, già ambasciatore, aspirando anch’esso a un futuro da diplomatico. Debuttò finalmente in società nella prestigiosa villa di una nobildonna: appena fu pronunciato il suo nome all’ingresso, un cameriere scivolò con il vassoio dei gelati, banale coincidenza che non allarmò la contessa, la quale invitò il principe in giardino per mostragli la vista meravigliosa dei riflessi dell’incantevole cielo stellato da cui all’improvviso fulmini e saette annunciarono l’imminente arrivo del temporale, altra coincidenza sulla quale la padrona di casa dovette glissare optando per il concerto di una famosa cantante. La contessa, quindi, prese posto, nella sala della musica, su una poltrona i cui piedi posteriori non ressero al peso e la nobildonna ruzzolò all’indietro; il soprano dopo un paio di stecche fu colpita da un attacco di tosse e dovette arrendersi; quando la festa ormai turbata da queste continue coincidenze e gl’invitati imbarazzati cominciarono a fuggire, al principe venne la generosa idea di lodare la bellezza di un lampadario che durante la notte, nel salone ormai buio e per fortuna deserto, si stacco dal soffitto infrangendosi in mille pezzi.
Nonostante, come si è detto, tra fratelli non corresse buon sangue, il primogenito, rientrato a Napoli per qualche commissione, ascoltando per istrada alcune maldicenze (chissà quali!) da parte d’un giovanotto nei confronti del fratello minore, sfidò costui a duello per mantenere alto il nome del casato. Il principe Ercole era considerato tra i migliori spadaccini del tempo, ma il minore, cioè il jettatore, insistette per fargli da testimone e in quattro stoccate il buon Ercole venne infilzato fatalmente al torace. In breve, per il troppo strazio, anche il vecchio padre si lasciò morire; e lui, il nostro principe addolorato e sconsolato, non trovando in Napoli altra consolazione, chiese ospitalità a un vecchio lupo di mare e s’imbarcò per Tolone. Lasciamolo per ora veleggiare verso nord-ovest a bordo del vascello francese in età ancora giovanile, ma il lettore sappia che, come ogni jettatore che si rispetti, morì alla veneranda età di novantaquattro anni e gli effetti catastrofici dei suoi sguardi e delle sue parole non conobbero tregue e neppure confini.
A noi non resta, prima di chiudere, che ripetere e osservare un’efficace filastrocca coniata, in latino maccheronico, da un anonimo buontempone partenopeo affinché la rievocazione del nostro principe jettatore non ci porti strane coincidenze:
Terque, quaterque, testiculis tacti,
extirpatio pili, non est praegiuditium,
sed contra jectatura valet.

continua...
(fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, aprile 2009



mercoledì 1 settembre 2010

La vera storia di Pujol: Le Petomane de Paris



La STORIA






L'unico artista che non paga diritti d'autore






Sul finire degli anni Settanta, durante una spensierata serata – fino a una ventina d’anni fa si usava spesso godere di queste libere evasioni poco impegnative ma estremamente salutari – un gruppo di amici, ognuno con bicchiere alla mano e un sorriso scevro da ipocrisie, cominciò a scherzare goliardicamente sui benefici del peto, a ricordare vecchi aneddoti a tema e a sollecitarne una giusta riconoscenza. Intendiamoci, era una cena all’aperto in tarda estate, in un bel giardino di una villa sul litorale romano. L’anfitrione era un attore, ormai scomparso, forse bravo, forse eccelso; sicuramente un uomo che ha amato la vita e ha professato l’arte della risata per sé, al di là del suo mestiere. Aveva un hobby: cucinare e mangiare insieme con i suoi amici, e la sua casa era aperta a tutti (“anche ai ladri”, si diceva!); per loro preparava ricette prelibate e in abbondanza, tutte condite da leggerezza e allegria. La conduzione istrionica dell’argomento, iperbolico per certi versi, fu scandito da un numero infinito di risate che testimoniarono quanto gli astanti (soprattutto di genere femminile) apprezzassero il lato gradevole di quel difetto gassoso di cui spesso invece ci si deve vergognare. Non immaginiamo quale tra quelle genialoidi menti partorì l’idea di girare un film sul peto, ma certamente lì, quella sera di molti anni fa, fu posta la prima pietra per il progetto de “Il petomane”. Bisognava costruire un plot, scegliere una trama, individuare l’ambiente più idoneo. Insomma si fece subito un giro di ricognizione storiografica per capire quale periodo avrebbe potuto ospitare, con discrezione sicuramente, ma anche con irresistibile effetto comico, un degno omaggio al peto!
Probabilmente – non lo sappiamo con certezza – il lampo venne proprio a Ugo Tognazzi, l’amico cuoco, protagonista poi del lungometraggio: certamente fu lui che fece prima un repentino dietrofront (“per salvare le apparenze”, sussurrarono le solite indiscrezioni) e poi cedere alle insistenze di altri che lo spinsero ad accettare la parte che rinnegò fino al giorno in cui spuntò una storia autentica. Fu rintracciato, infatti, un libricino scritto da due francesi, Jean Nohain e François Caradec, pubblicato nel 1965, una biografia su un certo Joseph Pujol. E su questo personaggio fu scritta, tra finzione (molta) e (poca) realtà, la sceneggiatura, approvata dallo stesso Tognazzi, da Pasquale Festa Campanile, il regista che avrebbe diretto le riprese, e quindi da un produttore. Nel 1983 “Il petomane” uscì nelle sale di tutta Italia. Da allora il nome di Pujol divenne appena più familiare, ma finì presto nel dimenticatoio perché il film non ebbe un grandissimo successo, forse perché gli sceneggiatori (tra cui spicca il nome di Enrico Medioli) commisero la leggerezza di fidarsi poco della realtà, preferendo accostare al protagonista centrale una donna (Mariangela Melato) affinché si potesse costruire una storia d’amore alquanto surreale, in una Capri dissociata dal contesto.

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Fino ad allora pochissimi in Italia conoscevano la fenomenale personalità di Joseph Pujol, un uomo davvero straordinario, quantunque riservato e mesto. E coloro che ricordano il film non possono sapere chi fu il vero petomane, anzi, alla francese, “Le Petomane. L’unico artista che non paga diritti d’autore”, come si poté leggere sui manifesti del Moulin Rouge, appena fu ingaggiato per quella incontestabile abilità. La sua storia è molto più riservata di come ce la racconta Tognazzi, meno esibizionista, estremamente “professionale”. Certamente Joseph Pujol deve al peto la sua fortuna, ma seppe ritirarsi appena comprese che la dea bendata gli voltò le spalle, pur se con il massimo rispetto e senza la minima competizione!
Joseph nacque a Marsiglia il 1 giugno 1857 in via degli Incurabili, un segno premonitore, forse! Anche se il suo successo non è d’attribuire a un’autentica malattia, piuttosto (si potrebbe dire) di un malaugurato incidente che egli stesso successivamente seppe sfruttare al meglio. Aveva appena compiuto 3 anni quando andò al mare con la mamma: aiutato dalla genitrice, si immerse completamente in acqua, trattenendo in modo corretto il respiro con naso e bocca, ma (per un’improvvisa reazione al freddo, come spiegarono i medici) rilassò i muscoli rettali assumendo inopportunamente, proprio con quelli, dell’acqua, espulsa senza problemi ma sufficiente a lasciare il segno… del destino. Da quel giorno il fenomeno non si ripeté più e Joseph poté terminare gli studi. A 13 anni cominciò a lavorare come garzone presso un fornaio, prima di mettersi in proprio; mai, durante questo lungo periodo, lo spiacevole episodio si ripeté. Qualche tempo dopo, però, durante il servizio militare, sempre in gita al mare, i commilitoni, cui egli aveva raccontata la “prodezza” dell’infanzia, gli chiesero se sapesse ancora risucchiare acqua con l’intestino. Joseph goliardicamente si adoperò, scoprendo di poter, senza difficoltà, “aspirare” e spruzzare liquido a suo piacimento.
Tornato a Marsiglia e sposatosi con Elisabeth Olivier, riuscì a perfezionare la sua particolare abilità imparando a controllare la pressione modulando l’emissione d’aria dall’intestino. Inventò, quindi, un numero dimostrativo che propose in piccoli teatri locali. Si sparse immediatamente la voce e fu presto notato da un impresario, il quale, entusiasmato dalle irresistibili sue capacità, lo incoraggiò a presentarsi a Charles Zidler, direttore del Moulin Rouge. Era il 1892.

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All’epoca il Moulin Rouge era il santuario della Belle Epoque, il palcoscenico più ambito cui un artista potesse aspirare. Fu inaugurato qualche anno prima, il 6 ottobre 1889, proprio da Zidler (già direttore dell’Ippodromo di Parigi), insieme a Joseph Oller (proprietario dell’Olympia). Ziedler intuì la necessità di un divertissement che attirasse, dopo il tramonto, gran parte del pubblico, assiduo frequentatore delle corse di cavalli, composto da giovanotti eleganti e benestanti in cerca di diversivi allettanti e di qualche facile avventura galante. Confidò all’amico Oller, che di teatri se ne intendeva più di ogni altro, l’idea di proporre spettacoli leggeri in cui musica, balletto e belle ragazze accompagnassero le nottate della più spensierata mondanità parigina, e quindi del mondo; insieme scelsero, tra Pigalle e Mont-Martre, un palcoscenico ricavato in uno spazio a forma circolare simile a quello dell’interno di un mulino a vento da cui il locale prese ispirazione per il nome. I primi avventori se ne accorsero subito e in pochi giorni si sparse la notizia delle meraviglie del premier Palais des Femmes per l’atmosfera frizzante che si respirava e per gli spettacoli che si rappresentavano. Il Moulin Rouge divenne il tempio della musica, della danza e del divertimento: il can-can fu il nuovo rivoluzionario ballo; la Goule, la beniamina del pubblico; e un certo Toulouse-Lautrec, un geniale omino dalle apparenze grottesche destinato a diventare tra i più innovativi ritrattisti del secolo, contribuì con le sue opere ad ampliare la sua eco in tutta Europa. Se ne accorsero anche Marcel Proust e Sigmund Freud!
Charles Zidler, oltre che a ballerine e chanteuse, era sensibile anche all’arte dei comici, e nel suo studio si alternavano ogni giorno decine di artisti, o presunti tali, in cerca di una scrittura. Si racconta che spesso gli bastava uno sguardo per comprendere il valore artistico del genio o del guitto. Per codesta sua abilità, quando si trovò di fronte la corpulenta fisionomia del giovane Pujol, pallido e un po’ triste, il quale sosteneva di essere un vero fenomeno con una particolarità che sarebbe diventata l’argomento del giorno in tutta Parigi, chiese senza prestargli troppa attenzione, già con l’idea di mandarlo via: “E quale sarebbe questa vostra particolarità?”. “Vede signore”, puntualizzò il visitatore spiegandosi con tono serio e onesto, “io posso respirare con la parte opposta al mio viso”. “Come sarebbe?”, disse Zidler ancora gelido e distaccato. E l’altro, come un professore a scuola: “Vede signore, i miei muscoli hanno una tale elasticità che io posso, con la mia parte posteriore, aspirare e respirare come voglio”. “Che cosa?...”, l’impresario non credeva alle sue orecchie. E Pujol continuando: “Stavo dicendo che grazie alla mia provvidenziale funzione io posso assorbire qualsiasi quantità di liquido. Ma non è tutto – soggiunse il fenomeno – posso assorbire aria e farla defluire attraverso una gamma di suoni fra i più vari, e questa è la vera particolarità del mio fenomeno”. “Quindi voi riuscireste anche a cantare con…”, fece Zidler che cominciava finalmente a comprendere. “In un certo qual modo, sì, signore”. “Bene, fatemi sentire”. E qui ebbe luogo innanzi al signor Zidler, esterrefatto, l’audizione più incredibile alla quale mai impresario abbia assistito. L’uomo annunciava uno per uno i suoi suoni: “Tenore… Baritono... Basso... Soprano leggero… Ed ora, vocalizzi...”. “Ed un suono che si possa intitolare la suocera, l’avete?”, chiese Zidler. Pujol sembrò rifletterci un attimo e poi, con la soddisfazione di aver trovato la chiave adatta, disse: “Eccolo”, ed eseguì. Rapito, l’impresario non perdette tempo e ingaggiò il miracolo vivente su due piedi. In breve la sua fama divenne internazionale, tanto da incuriosire e richiamare personalità da tutto il mondo e da meritarsi una paga giornaliera pari a quella di Sarah Bernhard.
Raccontando di quel tempo, lo scrittore Marcel Pagnol, che fu anche apprezzato regista cinematografico, scrisse che i botteghini registravano incassi formidabili: la più grande attrice dell’epoca, appunto la Bernhard, in una serata raggiungeva gli ottomila franchi; la Réjane settemila; ma c’era “un artista comico al Moulin Rouge che in una sola domenica raggiunse l’incasso record di ventimila franchi”. Anche Yvette Guilbert (famosa chanteuse ingaggiata da Zidler) ne parla nelle sue memorie: “La più straordinaria esplosione d’ilarità l’ho sentita al Moulin Rouge, un’ilarità che spesso raggiungeva punte inaudite d’isteria”.
Un amico del Café Concerto, Jacques Charles scrisse: “Durante l’esibizione del Petomane la gente in sala letteralmente si torceva. Le donne, svenute nei loro corsetti troppo stretti, venivano trasportate fuori per essere rianimate da premurose infermiere che la direzione aveva disposto nella hall, pronte ad accorrere”. Pare, insomma, che il Moulin Rouge non abbia mai conosciuto delirio simile.

***

Qui di seguito riportiamo uno stralcio, egregiamente commentato da un autorevole scrittore, della biografia che uno dei quattro figli di Pujol compose in omaggio all’arte paterna.
Il figlio, con una pietà filiale per nulla turbata dal dissacrante atto paterno, ha tracciato una piccola biografia dell’artista, con tale serietà da risultare commovente. Ci racconta le vicissitudini alle quali Pujol andò incontro per realizzare se stesso, per esempio l’abbandono del posto sicuro per raggiungere, attraverso l’incerto cammino dell’arte, la sua naturale vocazione, poi il successo a Parigi e infine la gloria. Attraverso le parole del figlio possiamo farci un’idea di come si svolgeva il numero dell’esimio: “Mio padre incominciava con una serie di piccoli suoni, ad ognuno dei quali dava un nome ¬– Questa è una bambina, questa è la suocera, questo è un merciaio che strappa una pezza di mussolina, questo è un cannone, questo è il tuono... – Quindi scompariva per un attimo tra le quinte e ritornava con inserito, nei pantaloni, un tubo di gomma rosso. L’altra estremità la teneva tra le dita e vi applicava alla punta una sigaretta che accendeva. Con la contrazione dei suoi muscoli particolari egli la fumava e si vedeva la sigaretta brillare quando veniva aspirata. Alla fine egli toglieva la cicca dall’estremità del tubo di caucciù ed espelleva il fumo che vi aveva fino a quel momento trattenuto. Poi applicava al tubo un piccolo flauto e suonava un paio di motivi come Le roy Dagobert e naturalmente Au clair de la lune, quindi invitava il pubblico a cantare in coro insieme a lui”. Come potete vedere da queste poche righe l’ammirazione per l’artista non ha confini nel cuore d’un figlio.
Dalla stessa biografia si viene a sapere che Joseph Pujol dette anche spettacoli privati per soli uomini. In queste occasioni si presentava in costume da bagno in modo che i miscredenti potessero verificare che non vi fossero trucchi. Una sera ebbe l’onore di annoverare tra i suoi uditori persino il re del Belgio in incognito. “So che siete stato di recente a Bruxelles – gli sussurrò Leopoldo II – e che avete avuto un gran successo. I miei sudditi vi adorano e si sono molto divertiti con voi. Io li ho invidiati, e siccome non posso muovermi in privato a casa mia, eccomi qui a vedervi, in privato, a casa vostra”.
La vita scorse felice per Joseph Pujol durante gli anni della Belle Epoque fino al 1914. Dopo aver lavorato con Zidler, inaugurò un suo teatro, il Théâtre Pompadour, ma fu costretto a chiuderlo: la guerra purtroppo interruppe brutalmente la sua carriera. Scrive ancora il figlio biografo: “Dopo l’armistizio del ‘18, mio padre era così amareggiato dalle avversità e dai guai che non ebbe cuore di riprendere la carriera artistica”, tornando ad impugnare la pala del fornaio, suo originario mestiere.
Pujol morì nel 1945 quasi novantenne. “La facoltà di Medicina offrì venticinquemila franchi per poter esaminare il suo corpo dopo la morte – è sempre il figlio che scrive – mio padre pensando a quanto fosse utile per noi quella somma dette il suo consenso. Ma nessuno di noi firmò quell’autorizzazione che avrebbe aggiunto un’altra pena alla nostra pena di aver perso un uomo come lui. Morì in serenità. Nel corso della sua vita egli aveva dato il meglio di se stesso”. (fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, febbraio 2009