domenica 5 dicembre 2010

Quando la commozione non arriva per caso

La RecenZione


Donna Rosita nubile


di Federico Garcìa Lorca
regia di Lluis Pasqual




Da quanto tempo, in teatro, la commozione non mi scuoteva!
Per una volta mi piace cominciare a scrivere d’istinto. Puro istinto. Perché, è vero, assistendo a “Donna Rosita nubile” il sentimento che mi lega al teatro – a una certa idea del teatro in cui sono cresciuto, quella che affonda le radici nell’educazione teatrale – ha subito il trauma del risveglio. Lo stesso che, paradossalmente, prova chi all’improvviso esce dal coma e d’incanto recepisce di nuovo le vibrazioni dell’esistenza. Che qui, tradotto in termini emotivi, si chiama nostalgia. E’ la nostalgia di vedere rappresentato il rigore, cioè l’etichetta scomparsa delle grandi rappresentazioni, l’omaggio a un Credo certamente acatollico ma ugualmente sacro. Una devozione rivolta non esclusivamente al cosa sì è visto (che pure ha la sua valenza), ma piuttosto al come è stato riproposto. Il teatro, si sa, è un gioco infinito durante il quale la Signora Finzione cerca di imitare la Signora Realtà; unica regola: guai a prenderne il posto, pena la catastrofe. Ma a catastrofi, ben peggiori, abbiamo assistito in questi anni: quando abbiamo visto la prima delle due madame andarsene da sola per la sua strada, senza alcuna meta, cioè senza alcun rigore, osservando esclusivamente la regola del pressappochismo, delle mezzecalzette: l’esempio di teatro che alla lunga accompagna lo spettatore affezionato verso un coma critico sempre più profondo, verso l’incapacità di giudizio critico: un letale anestetizzante.
Lluis Pasqual, regista catalano da qualche anno ormai di casa al Piccolo di Milano (il teatro che fu di Strehler, ente produttore dello spettacolo), indica la giusta cura per venirne fuori: per combattere una crisi anestetizzante offre il viatico estetizzante – con meravigliosa violenza, e anche con un pizzico di ammirevole presunzione! Ripropone una storiella semplice, scritta da Garcia Lorca (nel 1935) alla vigilia della guerra civile spagnola, imbiancandola di eternità e di universalità: via i riferimenti storici, via i rossi iberici, via le fiammate andaluse per dar forza e vigore alla parola, alla dizione perfetta riproposta da un cast straordinario, alle movenze leggere quasi astratte, spesso danzate, per dilettarsi con i tempi che scandiscono la cronologia della vicenda. Ci sono due sipari bianchi sul fondo che, spostandosi da destra a sinistra e viceversa, segnano le fasi di un valzer lungo una vita – quella di Donna Rosita, appunto – ora con un Andante, ora con un Adagio, ma sempre in un’atmosfera da lento bolero che naturalmente occhieggia soltanto alla Spagna, senza mai la minima prevaricazione. Una delicatezza che sottolinea l’elegante sensibilità del metteur en scene!
Un pianoforte e qualche sedia dipinti di bianco, tutto qui; poi soltanto trasparenze (le scene sono di Ezio Frigerio) e abiti per lo più candidi (di Franca Squarciapino). E in questo candore e in queste nebulosità disegnate dal leggero tratto dell’onestà dei protagonisti s’individua il pregio maggiore della regia: aver dosato il rigore tecnico degli attori con l’intransigenza morale dei personaggi. Condotte pregevoli che, osservate con severità, s’avvalorano e si rafforzano a vicenda: per cui il dolore del tradimento, l’onta della menzogna, acquistano un carattere così forte, così offensivo, che trascinano lo spettatore fino all’odio nei confronti di colui che ha ingannato la bella Rosita. L’attesa della quale risulta commovente attraverso i dialoghi, a volte veri e propri resoconti, tra una zia appena disincantata, e un’anziana tata genuina, addirittura saggia, ma di quella saggezza contadina che oggi può coglierci impreparati. Il dramma, infatti scorre con parole liquide, alla velocità della caduta di un lungo ruscello di montagna, i cui sobbalzi sono intervallati da quelle pozze d’acqua, apparentemente calme, segnate dagli interventi della protagonista, capace tuttavia di portare una ventata di autentica freschezza che si raggela proprio quando riceve la visita delle amiche o finte tali.
Gli attori, eccellenti, meritano senz’altro una segnalazione particolare; ma occorre una premessa che ancora corrobora la qualità dell’operazione. Pasqual, per portare in scena una storia semplice, ma di raffinata scrittura, si affida a esecutori esclusivamente di scuola classica. Non è un caso. Certe commedie vanno sostenute, oltre che da una regia esemplare, anche da una recitazione impeccabile. Se si può trovare un neo nel parterre attoriale lo si individua nel caratteristico timbro vocale della signora Andrea Jonasson (nella foto), che in questa occasione, di tanto in tanto, stona con il candore dell’atmosfera, con l’impalpabile liquidità delle parole, con l’inconsistenza degli eccessi drammatici, riportando lo spettatore ad una realtà dalla quale gli altri interpreti cercano di elevarsi. Magnifica la prova della signora Franca Nuti che ha ricordato il modo modesto e grandioso di stare in palcoscenico delle storiche Morelli, delle Ferrati, delle Brignone; ottima la partecipazione di Gianfranco Dettori che aggiunge, alla svagatezza del personaggio, un pizzico di poesia non priva di una certa autoderisione. E immensa è Giulia Lazzarini. Che grande attrice! Come riesce ad appropriarsi delle minuziose civetterie del ruolo: si direbbe una servetta, anche se costruita dall’autore con dovizia di particolari; ma quale intelligente e raffinata immedesimazione, al limite di leziosità sempre controllate e mai eccessive, di una freschezza inesauribile, e continuamente calibrate con tocchi d’ironia soffusi e discretamente trasognati. Signori, chapeau! (fn)