giovedì 17 dicembre 2015

Quando il tradimento è del regista

La RecenZione


Tradimenti

di Harold Pinter 
regia Michele Placido
con Ambra Angiolini, Francesco Sciacca e Francesco Biscione




Roma, Teatro Eliseo (15 dicembre 2015)
Le coincidenze non sono mai casuali. Esattamente 10 anni fa, il 15 dicembre 2005, moriva Peppino Patroni Griffi, una vita (e che vita!) trascorsa al Teatro Eliseo da autore e da regista. Ieri sera, 15 dicembre 2015, all’Eliseo ho assistito a una replica di Tradimenti di Pinter. Tornato a casa, ho ripreso il testo della commedia e sulla copertina (ed. Einaudi, ristampa del ‘94) ho notato l’immagine del trio Occhini, Fantoni, Del Prete, protagonisti dell’allestimento del 1982 diretto proprio da Patroni Griffi.
Guardando più attentamente la fotografia, m’è saltata immediatamente agli occhi la situazione di ambiguità che ha spronato la mia curiosità. Solo tre figure umane vedo, non ascolto tre attori: non posso giudicare né la recitazione né la messa in scena, ma mi soffermo sui visi, sulle loro espressioni: due uomini e una donna. Lo stesso trio che appare in un famoso quadro di Manet (Le déjeuner sur l’herbe), due uomini e una donna nuda che all’epoca fece scalpore. Oggi nessuno più griderebbe allo scandalo per un nudo di donna, e nemmeno Ilaria Occhini espose le sue nudità per creare scompiglio in platea, ma la sua presenza tra i due accendeva una tensione, più per una cert’aria di sfida che per provocazioni a sfondo sessuale. E, infatti, non si tratta solo di emancipazione femminile. Qui il femminismo, grazie a Dio, non c’entra! La commedia di Pinter non pretende di affrontare i risvolti sociali di un’epoca passata, ma prende spunto dal più classico intreccio tra lui, lei e l’altro per indagare nelle nostre identità di esseri umani. Sono i tradimenti che ci maturano? Sono i tradimenti che ci mettono davanti alla prova dell’eterno amore e dell’amicizia indissolubile? La migliore risposta la saprà rintracciare dentro di sé sia lo spettatore fedifrago che il lettore coscienzioso; non certo il sottoscritto che a teatro ha faticato, e non poco, nell’individuare la femminilità della donna al centro del trio. Quella femminilità che sia la Occhini nel 1982, sia la signorina Meurent (che posò nuda per Manet nel 1862) dispensavano con naturalezza ai loro ammiratori.
Resto sempre dell’opinione che la prima regola per una buona riuscita della messa in scena di un’opera teatrale è nella precisa selezione del cast: se gli attori scelti contengono nel fisico o nell’atteggiamento l’idea del personaggio che devono rappresentare, metà della regia è già fatta. Se così non è, il regista si troverà a dover affrontare un lavoro che difficilmente soddisferà le intenzioni del testo prima e del pubblico dopo. Se poi il regista è condannato a dover “rappresentare” anche le didascalie per riordinare l’anomala (quanto geniale) sequenza ideata dall’autore, allora è meglio scegliere un’altra commedia o non fare il regista.
Regista non ci si improvvisa solo perché con la maturità i capelli diventano bianchi, altrimenti s’incorre in una serie di improvvisazioni (la ripetizione è volontaria) che fino a qualche anno fa venivano definite, da critici più severi, addirittura letali. L’uso spregiudicato del microfono, in teatro, è controproducente: evidenzia anche il più lieve difetto. L’ideazione di una scenografia fissa per una commedia che porta le sue scene a spasso nello spazio (tra Inghilterra e Italia) e nel tempo (a ritroso dal 1977 al 1968) è quanto di più sbagliato. Ecco perché poi si sente la necessità di riprodurre le didascalie affinché il pubblico possa capire cosa stia accadendo in palcoscenico tra due uomini alla ricerca di una donna!
E veniamo al punto da cui sono partito. La femminilità.
Se Desdemona, per assurdo, fosse stata, anche solo una volta, rappresentata da Moana Pozzi – che Dio l’abbia in Gloria! – la follia di Otello avrebbe assunto tutto un altro significato. Forse qualcuno avrebbe addirittura giudicato il Moro meno folle. Forse qualche giudice di quest’epoca malsana l’avrebbe condannato a pochi mesi di carcere con la condizionale. Insomma il valore della femminilità nella vita di un uomo (e non solo!) conta – eccome se conta! – anche in un periodo freddo e informatico come questo che stiamo vivendo. Ma, per fortuna, Desdemona è un personaggio creato dalla penna di un autore e, per quanto carina o bella si possa immaginare, non può essere procace e suadente come la nostra star sopra menzionata; anzi, le sue caratteristiche devono rispettare quei canoni scenici che altrimenti renderebbero falsa la tragedia scritta da Shakespeare.
Nell’opera di Pinter, non dico che necessiti l’esuberanza di una pornostar (la Occhini ne era ben lontana!) per dare senso all’intreccio, ma almeno quelle di una donna che abbia le sembianze di donna, e non di una bambina che messa accanto a due uomini fatti, come Biscione e Sciacca, sembra la loro figlioletta da accompagnare a scuola, o in gita a Venezia! Supporre che, a teatro (laddove si rappresenta una vita simbolica che non è quella scialba e impiegatizia della nostra quotidianità), quel visino asciutto e spento di sensualità finanche negli occhi possa far perdere la testa a due uomini, è paradossale e non rispetta alcuna delle regole di verosimiglianza che sono il fondamento su cui si basa la finzione teatrale.
Tuttavia, proprio perché la protagonista è il prototipo della ragazzina del rimediato “pomicio del sabato sera” in Vespetta, si capisce l’esigenza di tanta ubriachezza nella prima scena (cioè l’ultima in ordine di rappresentazione) che spiega perché Jerry vuole farla sua e strapparla al suo migliore amico: tanta ostinazione, infatti, non può che essere il frutto dei fumi eccessivi dell’alcol che rendono Jerry completamente incosciente (quando dovrebbe essere appena brillo quel tanto da renderlo spregiudicato) al punto da scambiare una innocente donzelletta per un’affascinante maliarda. Il regista non si è reso conto di aver commesso il più grave dei tradimenti al testo di Pinter: quanto più ubriaco è il nuovo spasimante, tanto più precipita la ragion d’amore. Qualcuno anni fa scrisse: “Amor, ch’a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m’abbandona”; viceversa, signor regista, i fumi dell’alcol passano presto! (fn)

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